27 febbraio 2008

Réalité?


Quel che fatico a digerire sono le frasi di latino arcaico misto alla lingua dei longobardi, che pure a volerle tradurre, "IL" si ribella. Tutto ciò perchè il professore che nel 1954 scrisse questo testo, era troppo pieno di sé per mettere la traduzione a fronte, per noi comuni mortali.
Quel che sopporto davvero poco è assistere all'intervista di quel manichino della Santanché, a Matrix, e rendermi conto che le persone che dovrebbero rappresentarci (che Dio ce ne scampi e liberi!) non fanno un uso corretto (dire "corretto" è già un complimento) della nostra lingua italiana. Ebbene sì. I verbi sono un optional. "Da quando sono bambina..", dice la cinquantenne. L'indicativo, con un colpo di natiche, manda nel dimenticatoio, l'imperfetto che - mesto mesto - torna al "paese dei verbi sconosciuti". Il pronome relativo "cui" viene sostituito da un prepotente "che".. che un posto non dovrebbe avere.. "La persona che ho parlato ieri...". Ho avuto un conato di vomito e nel guardare la sua bella fronte immobile, da quindicenne, grazie alle iniezioni di potente botulino, ho provato compassione.
La presa di coscienza di quant'è pericoloso vivere in un mondo tutto chiuso, tutto proprio, esclusivo, nel senso di "riservato a pochi" sventurati o fortunati, ha lo stesso effetto della saliva andata storta. Sgrani gli occhi e ti auguri che ciò che vedi sia davvero la realtà che, come una giostra di cavalli, gira nella tua testa. Ti auguri che la merda che hai intorno sia davvero merda e che quello che ritieni crema sia davvero crema. Che i tuoi occhi non alterino la verità, ecco.
Giusto così. Per non svegliarmi un giorno e capire che la crema non è mai esistita e le mie torte erano di plastica.

On air: "The Passenger" - Iggy Pop.

Foto di Claudio Martella.

24 febbraio 2008

Espoir.


E' già la quarta volta che inizio a scrivere l'incipit di questo post. Torno a leggerlo e, senza pensarci troppo, premo il pulsante "Canc".
Basta un click "a portata di dito" per far scomparire ciò che non ci piace, ciò che non ha preso la forma giusta, quella che noi volevamo. Vorrei scrivere, stanotte, con la stessa armonia con cui danza la fiammella di questa candela.
I pensieri si accatastano gli uni sugli altri come le pietre di quei muretti pugliesi, incastrate una ad una, con precisione, geometricamente imperfette eppure così perfettamente simmetriche le une dentro le altre. Così stanno i pensieri miei. So esattamente cosa voglio dirti, stasera. I pensieri sono gli stessi di quando sotto ai piedi avevo migliaia di metri colmi di vuoto, la punta del naso appoggiata all'oblò ed i pensieri volavano come aquiloni in libertà, fino a te.
Ricordo la sensazione che provai nel volerti abbracciare ed il senso di impotenza nel non poterlo fare.
Quel giorno di un mese fa, pensai che siamo tutti naufraghi che cercano di rimanere a galla, per raggiungere la terra ferma. Siamo viaggiatori nel deserto, a cui è stata consegnata una mappa senza la bussola, che cercano l'acqua. Siamo menestrelli stonati, cantastorie che provano a sorridere anche quando l'amaro è sulle labbra, per far divertire gli altri.
L'Amore muove ogni cosa, nel bene e nel male.
Il senso di vuoto che provi ogni notte quando appoggi i tuoi sogni sul cuscino, lo conosco.
Lo smarrimento la mattina, quando ti affacci al balcone e guardi le persone ridere. Quel senso di tristezza a cui non vuoi dare un nome, anche se un nome ce l'ha.
Quando finisce un amore, ti senti persa, vuota, esposta, piccola, vulnerabile. Ti senti come se ti avessero strappato via un organo vitale, un braccio, un occhio, portato via qualcosa che fino ad allora sentivi addosso, come una seconda pelle.
Si cercano le spiegazioni, sempre. Si cercano le risposte a tutti quei "perchè" così naturali, che danno rabbia.
Ti metti in gioco ancora ed ancora. Rimani con la testa per aria, dei minuti, sperando che le risposte, magicamente, si materializzino sotto al soffitto.
Ed ancora silenzio, ed ancora vuoto sotto ai piedi e nello stomaco. E ti viene da piangere e gridare che tutto questo un senso non ce l'ha!
La sua felicità non può costruirla sulla tua infelicità! Dannazione. Eppure, amica mia, è così. Vorrei avere parole che confortino, che t'accarezzino l'anima, che diano risposte alle tue domande, ma io - ahimé - non le ho. Ho riflettuto molto sull'amore, sul copione così crudele che, a volte, si mette in atto. Sul dare e sul ricevere. Sul ruolo che giochiamo come in una partita a scacchi con la vita stessa, sulle infinite possibilità del destino, sugli incontri che - casuali - ci cambiano la vita. Quel naufrago innamorato della vita, agita le braccia per farsi salvare. Mostra riconoscenza al suo salvatore e - poco dopo - s'imbarca su un'altra avventura, non degnando più di un solo sguardo chi gli ha teso la mano.
In questa vita non abbiamo un tasto "Canc" che ci permette di resettare i cattivi pensieri, di far sparire le persone che ci vogliono male, di tornare indietro nel tempo per poter cambiare le cose. Nessuna bacchetta magica, nessuna favola a lieto fine, purtroppo.
C'è una cosa che, però, ci tiene vive: il coraggio.
Il coraggio di cambiare, di affrontare le delusioni ed le brutture della vita. Siamo viaggiatrici, noi.
Forti, sebbene le gambe alle volte tremino. Decise, anche se la mappa del nostro cammino sia ancora incerta. Siamo donne, noi, col viso da bambine.
Non lasciare che nessuno rubi la tua gioia di vivere, di amare, di essere amata, la voglia di credere, di crederci, ancora.
Nessuno ti è indispensabile per vivere. Siamo tutti naufraghi, ma ognuno di noi, ha una sua terra che l'attende. Vicina o lontana essa sia.

La strada è lunga. Non perdere tempo. Mettiti in cammino! Ora!.

On air: "Nuotatore" - G. Allevi.

21 febbraio 2008

Tapis Roulant d'Emozioni.


“..le incomprensioni sono così strane sarebbe meglio evitarle sempre”.
Così recitava una canzone di qualche anno fa.
Non parlo italiano, non parlo francese. Non parlo spagnolo o inglese. Parlo il linguaggio del cuore, io. Quello che viene sputato fuori, di getto, dalla bocca dello stomaco. La lingua è un tapis roulant su cui si srotolano parole senza suono, ma se avrai orecchie attente, potrai percepirne anche le sottili pause.
I lampadari delle case sono spenti, piccoli insetti si inseguono, in circolo, sotto la luce del neon del lampione, giù in strada.
Stanotte è una di quelle notti in cui c’è tanto tempo per riflettere, ma troppo poco per parlare. Una notte di quelle in cui ti giri e ti rigiri nel letto. Le braccia incrociate sotto la testa, sono il tuo cuscino. Provi a distenderti sul lato destro, poi sul sinistro. Scosti coi piedi il piumone che sembra di cemento. Sistemi i capelli lunghi tutti da un lato mentre fissi le foto sulla console di fianco al letto. Ma nemmeno così il sonno cade sulle tue palpebre. La musica non colma quel vuoto che hai dentro, stanotte. Sotto il mento hai quell’espressione che avevi da bambina, quando qualcosa andava storto. Quell’espressione che chiamavi “mentuccio” e che bastava così poco per farla sparire. Porti le gambe al petto, come un feto. Ti viene in mente di quando tua madre ti raccontava che papà le appoggiava le cuffie dello stereo sul pancione, prima di andare a dormire, affinché tu potessi sognare gli angeli del cielo. Una notte era un Notturno di Chopin o il Clair de Lune di Debussy, se a decidere era mamma. La notte dopo c’erano le percussioni di Bruce Springsteen a parlarmi da quella spessa parete di vita e di pelle, se aveva vinto papà. Chissà se riuscivo a sentire quei suoni, a capire che i miei genitori si stavano amando. Dio.. quanto tempo è passato, eppure le percussioni di Bruce rimangono le stesse come i timpani che le ascoltano.
Vorresti essere altrove, stanotte. In un letto d’hotel, di quelli coi comodini uguali ed i cassetti vuoti, coi granelli di polvere impercettibile. Quegli hotels con la tivvù di fronte al letto e le lenzuola che hanno quel profumo di pulito industriale ed i cuscini sono sempre troppo alti o troppo bassi. Vorresti che nulla di ciò che hai intorno ti appartenesse. Nessun ricordo, nessun brivido che ti scivoli lungo la schiena. Vorresti ricominciare daccapo, da zero. Aprire una valigia e trovarla vuota. Ancora da riempire. Colmarla di sogni e speranze, di abiti colorati, tutti a fiori, così dannatamente inglesi, come il sangue che scorre nelle tue vene.
Vorresti che la porta della tua camera fosse la porta di un hotel. Che ci fosse disegnata la mappa del corridoio e la via di fuga in caso d’emergenza. Che ci fosse un estintore capace di spegnere le delusioni cocenti. Che quello che hai intorno non ti raccontasse la sua storia, che ogni cosa non portasse il suo nome.
Vorresti che sulla tua porta ci fosse disegnata una freccia con scritto: “Exit”. Vorresti che una volta imboccata l'uscita, ci fosse una strada tutta dritta, senza bivi, senza diramazioni. Che non ci fosse bisogno di voltarsi indietro, mai. Neanche per un istante.

"..le incomprensioni sono così strane sarebbe meglio evitarle sempre per non rischiare di aver ragione ché la ragione non sempre serve".

On air: "Streets of Philadelphia" - Bruce Springsteen.

Foto di Moumine.

17 febbraio 2008

Distanzattesa.


.29 Dicembre 2007. [ogni parola del passato ha voce]


Si cerca di prendere le distanze da tutto.

Dalle cattive notizie che ascolti al telegiornale, in cucina, mentre scoli la pasta; da una bestemmia gridata contro il cielo da un ragazzo che non conosci; dalla tristezza che aleggia intorno alle bancarelle degli indiani che per soli cinque euro ti vendono collane di perline che dita sottili, una ad una, hanno cucito ed infilato; dalla grettezza umana che è così grossolana; dal provincialismo nascosto dietro ogni griffe stampata su sciarpe marroni e nere; dalla solita grigia storia a cui non vuoi più dare un nome. Ti nascondi dietro il grande collo nero della giacca. Porti il cappello fin sotto le sopracciglia, guardando il mondo da una fessura. Un senso di costrizione ti prende alla gola, come se ti mancasse l'aria. Apri la bocca cercando di far uscire un vagito, come un neonato.
Vorresti che la sensibilità si stratificasse come si stratifica la cera sciolta delle candele. Avete mai provato a giocare col liquido caldo delle candele? Bene. Quando quel liquido si attacca alla pelle diventa immediatamente duro e solido. Vorresti che la pelle fosse come la cera dura delle candele. Vorresti che nessun fiammifero, nessuna fonte di calore s'avvicinasse alla tua candela, che non ci fossero più stoppino, nè scintilla alcuna. La sensibilità ti scortica, ti sbuccia come si sbucciano le ginocchia dei bambini in una brutta caduta, diventa pelle viva e poi fluido sangue.
Si nuota nei propri sogni e si ha paura d'affogare.


.17 Febbraio 2008. [la voce, oggi, rimane senza suono]

Si attende. La primavera. Una lisca di pesce. Un tappeto da graffiare. Una carezza.


On air: "Please, please, please, let me get what i want" - The String Quartet.

Foto di Moumine.

08 febbraio 2008

Girami il Cuore.


Il termometro segna tre gradi. Gocce ricche di gelo scendono lentamente sul parabrezza della macchina. I respiri appannano il vetro. Ti guardo e sento che la paura sale veloce dal cuore alla gola, come in una corsa senza ostacoli. Le tue mani sono sempre più fredde, le tue ciglia tentano di velare il tuo timore ma i tuoi occhi non tradiscono i tuoi sentimenti.
Un ombrello nero ci ripara da quel freddo che ci gela le parole e ci mozza il respiro.
Sono lontana mille miglia da casa, eppure non mi sento persa. Mi sento solo esposta.
Sei uscito da quella stanza solo quando il mio sguardo ha raggiunto le prime luci delle case sul lago ed il contorno dei pini s'è fatto incerto.
Le tue dita infilate, come di nascosto, tra i miei capelli, in un momento d'abbandono, mi hanno fatta sentire al sicuro.
Sono rimasta sola, quella notte.
Quella notte in cui il led rosso della tivvù m'ha tenuto compagnia, notte lunga, la più lunga della mia vita.
Notte di campanelli rossi e tubi trasparenti, di camici bianchi e di vento freddo al di là del vetro, vento che potevo solo immaginare.
Ho aspettato il giorno, la luce tra quei rami che di notte cercavo con gli occhi ben aperti. Avevo paura di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, volevo a tutti i costi rimanere sveglia, contare le poche stelle che illuminavano il cielo come schegge di diamanti messe lì per caso, senza orientamento.
La testa girava e girava ed il cuore pulsava sempre più forte. Contavo i secondi ed i minuti che mancavano all'alba. L'attesa sembrava senza fine. Alle sei e mezza, finalmente, i primi uccelli hanno iniziato il loro canto.
Una speranza nel petto s'è aperta, come una finestra sul mondo. Mancavano solo due ore e tu saresti entrato da quella porta.
Avevo superato la notte come una "persona grande". Avevo vinto la paura di quel cielo nero così muto e l'odore forte di pulito - ma non di casa - delle lenzuola che ti penetra fin sotto la pelle.
Quella notte ho pensato a questo momento. Sì, ho pensato a quando mi sarei seduta qui, tra le mie cose, col mio pijama addosso, con la mia tastiera nera, a raccontare di quella notte che non finiva mai. Ho immaginato la mia espressione nel raccontare di quella notte che mai avrei pensato di vivere, parlando di me come se parlassi di un'altra.
Mi sento come la corteccia di un albero, che poco a poco si inspessisce sempre di più. Ogni esperienza, bella o difficile che sia, ci si stratifica addosso, come corteccia. La pelle diventa dura, affinchè possa resistere al gelo dell'inverno e al caldo torrido dell'estate.
Tu sei stato formica, sei salito sul mio tronco, con zampe sicure, sei riuscito ad insinuarti nel mio tronco e a trovare la mia linfa. In quella notte senza profumi, il tuo pensiero m'ha tenuta sveglia, m'ha dato il coraggio di aspettare il canto di quegli uccelli.
Oggi che sono a casa, l'odore di quelle lenzuola senza disegni rimane solo un brutto ricordo.
La luce del cielo di mezzogiorno, lo slittino sulla neve, il vapore dell'acqua delle terme in mezzo alle montagne bianche come panna, è ricordo vivo che mi parla e mi fa ancora tremare di gioia.
Mi gira la testa, ancora. Ma è per la felicità d'essere qua, di poter raccontare il piacere che si prova ad attendere qualcosa ed alla fine, nel vederlo arrivare.
Come diceva mio nonno: "Addà passà a' nuttat".

A' nuttat è passata.


[Grazie a Te che hai gambe forti come radici d'albero secolare e mani delicate come fiori di pesco.
Grazie ai miei genitori che mi amano sopra ogni cosa. Grazie a mia madre che ha affrontato le nuvole per prendermi in volo, tra una vertigine ed una giravolta di cuori.
Grazie a Camille, che a mezzanotte è stata colomba bianca in una notte così nera.
Grazie a voi, amici, per il vostro amore che mi ha scaldato la pelle in un momento di gelo].


Foto: "Voulant y croire" di Moumine.

On air: "Fuori dalla Notte" - L. Einaudi.

31 gennaio 2008

Attends-moi.


Il cielo è grigio stamattina, il corvo è venuto a darmi il buongiorno mentre i frutti rossi, lentamente, si scioglievano nell'acqua calda ed il cioccolato denso s'è attaccato ai polpastrelli e la piccola felce vuole essere dissetata.
Mi guardo attorno, stamattina, con gli occhi ancora truccati e le labbra secche. Mi rendo conto di quanto io sia presente qui, in ogni cosa che tocco o che guardo.
Tutto mi parla di me, di te.
Un "me" ed un "te" che si fondono per diventare una cosa sola, un "noi" a tutto tondo, un "noi" tutto pieno, coi suoi chiaroscuri, le sue ombre cinesi e le luci di trastevere d'inverno.
Questo noi che parla tre lingue diverse e che a volte non si fa capire e poi, d'improvviso, con un solo gesto o uno sguardo rende tutto più' chiaro, comprensibile.
Ed il poco che mi sembra tanto ed il tanto - che a volte vorrei - parte per un lungo viaggio ed incontra le persone che non s'accontentano mai.
Al di là delle tende rosse, gli alberi sono pazienti. Aspettano la primavera quelle foglie marroni e gialle. Proprio come me. Saro' albero in questi mesi di freddo e guanti di pelle. Ti lascero' col freddo e ti ritroverò' con la pelle baciata da un timido sole di primavera. Le mie foglie saranno verdi ed i primi fiori sbocceranno tra le mie mani.
Aspettami.


Foto: "et je reve encore" - Moumine.

13 gennaio 2008

Coraggiose Mani.


La tua verità ha incontrato lo stupore del mio viso dodici lune fa. Da quell'istante il cursore ha continuato a lampeggiare instancabile davanti a me, mentre le mie dita non riuscivano a lasciarsi andare. Erano come immobilizzate dalla paura di non saper danzare a ritmo di musica, di non saper dimostrare quello che avevano bisogno e voglia di farti capire. Stasera si fanno forza queste sottili dita mie e la tastiera si lascia curare, sembra quasi ne abbia bisogno. Quello che mi ha colpita di questa foto sono le mani grandi e grosse di quest'uomo, le unghie sporche fin sotto la pelle, il lavoro che è scolpito su quelle mani. Queste dita tengono custodito qualcosa di così candido e puro, un batuffolo di pelo che trema e sogna. Quel piccolo animale si lascia prendere e stringere, calmo, tra quelle dita così apparentemente rozze ma così forti. Lui si fida, il suo cuore sicuramente avrà battuto forte, in quel momento d'abbandono. Come il tuo quando mi hai parlato di te, mi hai raccontato trattenendo il fiato, col cuore in gola e gli occhi fissi su quelle parole di cui ti stavi liberando, tutt'insieme, parole come zavorra di cui disfarti una volta per tutte.
Le mie mani invisibili hanno asciugato le tue lacrime, i miei occhi hanno compreso tutte le verità celate, hanno seguito la tua ombra lontana, discretamente, senza far rumore.
Dietro questo schermo, una vita, la tua. Nessuna domanda, nessuna pretesa, niente. Solo un nuovo anno che ti ha aperto la porta, mentre un altro ti ha voltato le spalle e si è allontanato mentre il sole d'autunno moriva lentamente all'orizzonte.
Tu non sei il coniglio. Il coniglio è la vita. Tu sei quell'uomo dalle mani grandi e forti. Un uomo capace di tenere in mano qualcosa di così fragile ed importante come la vita. Non aver paura di sentire il suo cuore che batte, che corre, che si ferma per tirare un sospiro perchè subito dopo riprenderà a battere più forte di prima.
Lascia che il coniglio abbia paura di te e non tu di lui. Accarezzalo, annusalo, guardalo crescere e saltellare da una parte all'altra. Chiedigli tutto quello che vuoi, addomesticalo, lascialo libero di andare, di giocare indisturbato, forse si perderà ma, poi, saprà ritrovare la strada per tornare tra le tue mani.
Non aver paura perchè la vita di ognuno di noi ci riserva qualcosa di inatteso, un sapore dolce o improvvisamente amaro, da sciogliere sulla lingua.
Nel momento dell'amaro lascia che chi ti ama ti offra una caramella di zucchero e sorrisi da assaporare tra le labbra, lasciati accarezzare in una notte di sciarpe fredde e sguardi silenziosi, lascia che il passato ti scivoli addosso come la pioggia su un bell'impermeabile.
E' difficile, lo so. Ma tu sei troppo attaccato a questa vita da lasciartela sfuggire dietro la buia paura.
Io lo so che ce la farai. Lo so. Ti guardo da qui, ti seguo da qui, silenziosa. Voglio vederlo crescere quel coniglio.

Coraggio, amico mio.

On air: "Ti scrivo" - Giovanni Allevi.
Foto: "Protect Me" - Mr. PioPio.

12 gennaio 2008

Chiara, come un AbC.


"Gioia primitiva di saperti viva vita piena giorni e ore batticuore pura dolce mariposa nuda come sposa, bella come un'armonia come l'allegria come la mia nonna in una foto da ragazza come una poesia o madonna mia come la realtà che incontra la mia fantasia".

"Che meraviglia lo straordinario..." .. "quando è retribuito".

Confermo! Sono felice, oggi.


*Foto: il mio libro di penale, oggi, finalmente, riposto sullo scaffale.

On air: "Bella" - Jovanotti.

10 gennaio 2008

Je Ne M'Ennuie Pas.


Non dovrei essere qui, in questo momento. I miei occhi dovrebbero essere potentemente incollati a pagine fine e quasi trasparenti - tant'è che sono consumate - di un libro che racconta di quant'è corrotto il nostro Paese.. un libro comprato al "mercatone del libro", un testo usato, ovviamente. Apro la prima pagina. Un gatto con un libro in mano ed un pipistrello con le ali spiegate sono disegnati tra la "genesi della fattispecie penale" ed il capitolo primo.
Il sorriso è inevitabile. Anche gli occhi di chi lo possedeva prima di me, a quanto pare, non erano attenti.
Nascondo naso e bocca tra le mani al pensiero che ho quasi finito tutti i dolci che tu mi hai nascosto in quella bella calza della befana..
La signora che, di giorno, appoggia sempre il pleid rosso sul davanzale, è alla finestra. Ne vedo solo i contorni e la luce di quel grande lampadario appeso lassù. E' la prima finestra che vedo alzando lo sguardo dal libro. E' un angolo dove la mia distrazione trova rifugio, dove la mente piroetta con pensieri ballerini e ricorda il tepore che hanno i tuoi capelli la mattina quando ti svegli. Mi viene voglia di annusarti, chiudendo gli occhi e di regalarti un fiore per ogni sorriso che riesco a rubarti.
L'incoscienza di essere qua, di amare, di sorridere, di sentire il bisogno di scrivere anche quando il Tempo ti guarda accigliato e ti dice che non dovresti. Ho voglia di incoscienza, stasera.

On air: "The Greatest" - Cat Power.

Foto di CameraDude.

07 gennaio 2008

Vento senza Tempo.

E' così che succede. Quando sei distratto a fare altri progetti, Lei ti viene incontro sotto una moltitudine di forme così diverse che, a ripensarci, ti viene da sorridere.
Le note incalzano come il vento che porta l'acqua della fontana fuori dai bordi. La strada si bagna, i palloncini s'alzano leggeri lassù, formando nuvole basse tutte colorate. Il profumo dello zucchero filato s'attacca alle narici riportando, al palato, ricordi d'infanzia.
Il cappello dimenticato sul sedile di quel treno diventa una perla nera da infilare col filo trasparente di un'amicizia rara, da vivere con commozione, nel rispetto della sua bellezza straordinaria.
I racconti di una vita ti portano così indietro nel tempo tanto da pensare che non siano potuti esistere realmente. Nei suoi occhi umidi, treni ed aerei, colori e voci, poesie francesi e sapori del sud. Eppure, tutto è vero, tutto è morbido come la stoffa del suo cappotto. Tutto è antico come i suoi racconti dove ti perdi senza renderti conto del tempo che diluisce.

Ecco, di nuovo, che il vento gonfia le tende bianche da cui intravedi il cielo di Roma, grigio e scuro, come gli inverni di gelo e di caldarroste agli angoli delle piazze. Le Note, ninfe dai capelli raccolti, si lasciano accarezzare e sfiorare dalle sue mani, sottili come rami d'albero d'autunno. Tutto è un trionfo di sensazioni, di ricordi, di occhi che ritrovano emozioni nuove ma, in fondo, familiari perchè già conosciute. Dalla testa si srotolano - ripidi - i pensieri fino ad arrivare alle dita che baciano le lettere bianche, figlie di questa nera tastiera. Potessi io creare con i miei rami la Poesia che Lui crea con i suoi! Perdersi in quel dove senza strade, senza numeri, senza nomi. Un dove tutto suo, tutto nostro. La curva della sua morbida schiena mi fa perdere l'equilibrio, negli occhi chiusi si legge tutto l'incanto ch'è intorno a noi.

E' così che succede. L'incanto prende nome. Si chiama Vita.



On air: "Vento d'Europa" - Giovanni Allevi.

28 dicembre 2007

Bon Voyage Année.

L'anno che arriva al trentuno dicembre è come se partisse per una destinazione di cui non si conosce l'indirizzo. La mappa del labirinto dei ricordi ci è sconosciuta. Quest'anno che prepara le valigie per salutarci, per lasciare il posto ad un anno nuovo, mi fa tenerezza. Eccolo là il mio Anno. E' appena entrato nella mia stanza, tutt'infreddolito, tenta di riscaldarsi il naso dietro la sua sua sciarpa marrone e verde, col cappotto a tre quarti, le scarpe nere dalla punta arrotondata e le stringhe rosse, gli occhi lucidi. Mi sorride mentre apre la valigia. Non mi parla ma nel suo sguardo riesco a scorgere tutti i momenti che posso dire di aver vissuto, pienamente. Un anno pieno d'incontri, alcuni davvero inaspettati, pieno d'allegria e di canzoni, pieno di carezze lontane e vicine, di tè in tazze colorate e di biblioteche affollate da gente un pò assonnata, di candele profumate, di lacrime amare e di abbracci consolatori, di telefonate iniziate col buio e terminate con un timido sole mattutino. Un anno di cambiamenti d'abiti mentali, di sfide e rinunce sopportate con un sorriso, a volte, smorzato. Un anno che ha indossato costumi colorati nel pieno della calura estiva, che s'è riparato dietro ad un ombrello precario nei giorni di pioggia capricciosa, che ha visto nebbia al di là dei finestrini e neve soffice come panna. Un anno che con me ha toccato luoghi solo pensati, ha stretto mani solo immaginate. Un anno che ha le spalle un pò ricurve, perchè si è fatto carico di tutto il passato, di tutte le esperienze che gli anni già partiti gli hanno consegnato, allo scoccare della mezzanotte. Ora tocca al duemilasette lasciare a quello che verrà un insegnamento, affinchè non si compiano più gli stessi errori. Ecco. La valigia è pronta, ben chiusa. Il nome sull'etichetta c'è. Destinazione: il Paese dei Ricordi. Mi siedo sul letto a gambe incrociate, il cuore mi batte forte, perchè ogni partenza è un pò un abbandono. Ed io, con le partenze, non sono mai stata brava. Qualcuno mi disse che bisogna imparare a gestire i propri affetti. Gli attaccamenti. Ed i distacchi. Per esser più forte. Il mio Anno continua a guardarmi come un maestro guarda il proprio alunno uscire dalla porta della classe, sapendo che non vi farà ritorno, perchè ormai è cresciuto.
Stamattina il mio Anno silenzioso, prima di partire, vi fa un augurio:
che guardandovi allo specchio, sappiate ridere di voi stessi;
che sappiate piangere per liberare ciò che è rimasto incatenato in fondo all'anima;
che possiate camminare dritti dinnanzi a voi anche quando là fuori la nebbia offusca il sentiero;
che riusciate ad amare e donarvi senza timore;
che possiate svegliarvi la mattina ed avere tra le ciglia l'immagine del vostro amore;
che la musica riempia i vostri silenzi;
che la poesia colmi i vostri vuoti;
che la bellezza dell'arte squarci il velo della malinconia del passato che spesso appanna il presente;
che guardiate, ancora con lo stupore di quand'eravate bambini, il mare d'inverno;
che vi emozioniate di fronte ad una bella foto;

che vi emozioniate.

Ciao duemilasette, buon viaggio laggiù.


On air: "Luce dei miei Occhi" - L. Einaudi.
Foto di Giacomo Cosua.

22 dicembre 2007

Pensieri di Luce.


A chi sorride per le strade senza nessun pacchetto in mano, a chi è gentile anche con chi non dà nulla in cambio, a chi non corre a comprare regali inutili, a chi non aspetta le feste del calendario per rivolgerti un pensiero, a chi ancora riconosce la magia del Natale, a chi si commuove quando vede gli zampognari che suonano nelle vie della capitale, a chi va a guardare il presepe in piazza San Pietro e si ricorda di quand'era bambino. A chi crede che in ognuno di noi ci sia del buono e non solo a Natale.
A tutte le persone che non sono fisicamente accanto a me, ma che sono presenti nella mia mente e nel cuore, da sempre e per sempre.
A tutte queste persone ed anche a chi non se lo merita, auguro di passeggiare su questo Natale come fosse una soffice moquette.


On air: "White Christmas" - L. Armstrong.

13 dicembre 2007

[Volver - Tornare]


Tutto inizia in una giornata di potente vento, in un cimitero di un “pueblo” vicino Madrid.
Le donne coi capelli raccolti in foulards colorati, lucidano, lavano, spazzano le tombe dei loro cari, come se stessero rassettando una parte della loro casa. Tutto è normale, calmo. Solo il vento scuote gli animi e li disturba. Regna una serenità che, a noi cittadini, lascia un’invidia ed un sapore agrodolce sotto al palato.
Chi vive nelle metropoli perde tanto, sia della vita che della morte, di tutte quelle usanze che fanno parte dei piccoli centri. La vista, nei cimiteri, si abitua a file interminabili di lumini che fanno luce su così tanti nomi che è impossibile ricordarli. Il traffico non rispetta i funerali nelle piazze, tutti corrono verso altre mete, verso la vita. Gli occhi non si posano più sul carro funebre vuoto che, muto, aspetta davanti alla scalinata della chiesa. Nessun manifesto bianco e nero appeso ai muri della città. I piccoli cimiteri di campagna dove ogni nome sulle tombe è capace di raccontare una storia, sono solo un ricordo. Il corpo senz’anima della zia, non è lasciato solo ma è assistito dalle vicine del paese che bisbigliano chiedendo “di come, di quando, di quanto la povera zia”, m’ha riportata indietro al 1999, quando ancora sedicenne, durante la notte, nel grande salone di casa di mia madre, a Napoli, ascoltavo le preghiere monocordi dei miei parenti e delle signore del paese, che in processione, venivano a dare l’ultimo saluto al mio amato nonno.

In questo film Pedro Almodóvar racconta della vita, della morte, degli odori, delle credenze piene delle ciambelle preparate, come un tempo, con la ricetta della vecchia zia Paula. Due sono i colori che pervadono ogni scena. Il rosso ed il nero. Il rosso di ferita, dell’amore, del dolore, del cuore, della violenza. Il nero che penetra gli occhi di Raimunda, il buio della sua paura, il nero della vergogna, delle bugie, il nero del segreto.
In questa storia i morti vivono nell’aldiquà. Loro tornano. I morti hanno odore, hanno mani e pelle, i morti parlano, sono presenti nell’assenza. Tornano per dire la verità, per scuotere vite trascorse nell’immobilità del segreto. I morti aprono porte socchiuse ed il vento porta il loro profumo. Si allargano le narici ai ricordi, si chiudono gli occhi per immaginare, ancora, come sarebbe potuto essere.
In questo paese alle porte di Madrid c’è tutto il nostro sud. I baci sulle guance senza staccare le labbra dalla pelle, i baci con lo schiocco, le braccia di donne - apparentemente fragili ed insicure ed invece così forti - capaci di tenere stretto qualcosa di veramente caro: la vita.
Una storia tutta al femminile, una storia di tragedie vissute tra le mura della propria casa, quella casa che dovrebbe essere “dolce” ed invece è solo dolore, paura e vergogna. Nel grembo si porta una figlia nata dall’orrore e dalla violenza, eppure, una madre riesce ad andare al di là anche di questo. Un figlio è come un braccio, come un occhio, come una parte di cui non si può fare a meno e così, la violenza, viene sepolta sotto le foglie dell’autunno e si aspetta il gelo dell’inverno che tutto placa. Il cuore si tramuta in pietra. Carta assorbente si impregna di sangue e di dolore. Le lacrime scendono senza pathos perché troppa è la rabbia per un gesto incomprensibile, perché contro natura. Un padre dovrebbe guardare la propria figlia non con lo sguardo che un uomo posa su una donna, col desiderio di possederla, ma con gli occhi di qualcuno che ha tra le mani un frutto ancora acerbo, con la consapevolezza di aver creato, col proprio seme, qualcosa di meraviglioso.
Dall’ingiusta Violenza si ribella l’ Incolumità, che insieme al Disgusto e alla Paura sono capaci anche di uccidere per salvarsi.
Tutto, allora, è legittimo. Anche la morte.

Il passato torna e fa paura perché lui ed il presente devono fare i conti.
Ogni personaggio di questa storia è reale, è vivo anche nella morte. Tenero quello di Agustina, la vicina malata di cancro che tutto consola, che tutto aggiusta, che tutto spera. Si riesce a dare un nome alle emozioni e persino a percepirne il profumo. C’è una Spagna surreale, calda, nera e bianca, cruda, violenta, solitaria, intensa e genuina. Ci sono molte delle nostre radici in questa storia di donne sofferenti che sopravvivono in questa vita.
La canzone “Volver” cantata da Estrella Morente è qualcosa che arriva fin dentro le ossa, che penetra ogni angolo di carne e squarcia la sofferenza attraverso le lacrime.
Il segreto viene rivelato e la rabbia si dissolve come il ghiaccio in una giornata d’estate.
La violenza ha un nome ma non un perché. Non si vuole cercare di capire, si vuole solo dimenticare. Seppellire il ricordo della violenza in un frigorifero e poi lasciare che, sottoterra, questa si decomponga.

Questo film parla delle donne, tutte. Di chi si prostituisce per arrivare fino alla fine del mese, di chi fa i capelli in casa come una volta, di una quattordicenne a cui si nega di vivere un’età che dovrebbe essere libera dalla paura e scevra da qualsiasi cattivo pensiero.
Parla di una madre che subisce un doppio trauma e nonostante questo riesce a perdonare, tutti, compresa se stessa.

Un film vero che entra nella nostra società descrivendone le stanze buie.

Perché si può essere presenti anche nell’assenza, perché la verità non dev’essere sepolta e la violenza dev’essere sconfitta, perché molti di noi sognano un mondo migliore in cui vivere. Compresa me.


On air: "Volver" - Estrella Morente.


*Questo film ha un suo perchè tutto mio*

09 dicembre 2007

Ta Peau sur Ma Peau


Il tuo sguardo non si posa su questo buio chissà da quanto tempo. Non conosce tempo il mio orologio da quando le tue parole si sono chiuse, da quando mi è impossibile disegnare la mia pelle sulla tua pelle. La tua sigaretta non fa più fumo, il rosso è diventato cenere. Le insegne luminose al neon non si specchiano più sull'asfalto di pioggia, eppure sento ancora il contatto dei tuoi polpastrelli sul collo.
Respiro i tuoi silenzi, mangio la tua paura a piccoli morsi, perchè è troppo amara. Su quell'albero non so salire. Non arrivo in cima. Sono "petite", io. Salto e salto ma non arrivo ad afferrare le ciliegie su quel ramo. Lanciami una ciliegia, ti prego, affinchè io possa morderne un lato, gustarne il sapore e mantere quella piccola metà, intatta, per un momento d'amarezza del cuore. Mi siedo sotto il tuo albero, alto e forte. Rimango con il mento sospeso in aria a guardare gli aerei che, leggeri, volteggiano in questo cielo aperto a tutte le traiettorie. Vedo i tuoi piedi dondolare, mi mordo il labbro. Voglio salire anch'io. Voglio mangiare quelle ciliege e sporcarmi il lato della bocca con quella polpa rossa. Ingoiare anche i noccioli, se necessario. Guardami. Io sono qua, sotto questi rami. Sto aspettando anche solo una ciliegia. Anche solo una.

On air: "Palace" - Mano Solo.

Foto di CapitaineCroc.

07 dicembre 2007

Maestri.

Quanti di noi, nell'arco della loro vita, sono stati accompagnati dalla figura di un maestro?.
Quanto la figura di un maestro ha inciso nelle nostre vite, sulle nostre passioni, sulle nostre insicurezze?.
Ricordo, con esattezza, il profumo della Mia maestra delle elementari. La maestra Carmela. Ho usato il carattere maiuscolo non per errore ma perchè la sentivo davvero Mia, sentivo un'appartenza a questa persona, per me, come una mamma. Si creano spesso dei legami così forti tra l'alunno ed il maestro.. legami che quando, inevitabilmente, prendono altre strade, s'interrompono, come ponti in costruzione. Si sa che ci sarà una prosecuzione al di là del cartello "opere in corso" ma si è consapevoli di dover proseguire la strada del ponte da soli, non potendo più stringere nella propria mano quella dei propri insegnanti.
Questi hanno un compito, che non è solo quello di erudirci ma quello, ancor più importante, di aprirci gli occhi sulla realtà che, per giocoforza, noi non conosciamo ancora, perchè troppo giovani o troppo audaci. I maestri hanno il compito di indirizzarci sulla strada che la loro esperienza ritiene più "giusta".
Ho avuto, nella mia vita, fortuna. Ho incontrato maestri severi ma, quasi sempre, giusti.
Sfortunatamente, però, durante il lungo periodo universitario - che volgerà, spero presto, al termine - non ho avuto la capacità di farmi rapire dalle parole di professori, forse perchè sempre troppo impegnati a correre da uno studio all'altro, da un corridoio di tribunale a quello della facoltà. Nessun contatto umano e interpersonale coi ragazzi in aula. Nessuna presa di coscienza, reale, che di fronte a noi non s'ergevano miti a noi contemporanei bensì persone fatte di carne e di ossa, come noi. Persone con le loro fragilità e con le loro paturnie, professori che, probabilmente, all'età nostra sbadigliavano anche loro durante l'ennesima lettura del codice di procedura penale, sfiniti sui banchi dell'aula magna.
Ieri, una rivelazione. Ieri, per la prima volta, la lezione mi ha appassionata. Non ho distolto lo sguardo nemmeno per un attimo dalla veemenza con cui il professore leggeva una sentenza riguardante lo stupro. Per la prima volta, in tutti questi anni, ho provato la passione per ciò che avevo tra le mani, per quel codice che finora mi sembrava solo un mucchio di norme senza vita, senza dinamica nè cuore. Oggi, finalmente, anche se - ahimè - con immenso ritardo, ho capito. Ho compreso che tutto ha un cuore, anche il diritto che sembra così arido, a prima vista.
Ho sfogliato gli articoli con la voglia di capire, di comprendere, con curiosa brama di sapere.
E' stato merito suo. Di quel professore che, in piedi, ha condotto la lezione, con quel suo accento marcatamente siciliano, con quel suo humor che lo contraddistingue. Quel professore che non è mito ma uomo. Dietro le spalle del noto avvocato ho scorto lo studente che è stato. Lui che riesce a condurre al ragionamento noi ragazzi, con delicatezza affronta temi difficili, rispettando il pensiero altrui e toccando con estrema sensibilità i problemi della nostra società, senza paura di dire le cose vere, crude, reali, le "cose nostre".
Sono qui stasera perchè, oggi, mentre tornavo a casa, ho provato lo stesso sentimento che provai per la mia maestra delle elementari. Sono felice, per la prima volta dopo anni, di dire: il Mio professore e di sentirmi alunna, condotta al di là del ponte.
Dovrebbero essercene di più di persone così. Per tutta la passione che c'è in noi e che ancora non conosciamo..

On air: "Fly" - L. Eiunaudi.

03 dicembre 2007

L'incanto.


Dicembre è entrato dalla porta. I negozianti, in bilico su scale precarie, iniziano ad adornare i loro negozi. Piccole luci colorate con le loro intermittenze scandiscono i minuti trascorsi a cercare parcheggio. Una polo blu gira e gira, come una trottola disperata intorno all'isolato. Una pioggia fina bacia i finestrini. Alzo lo sguardo a questo cielo domenicale che mi ha regalato emozioni, tutte da chiamare con diversi nomi. La mia vita in questi giorni.. Una biblioteca che ti avvolge con cento.ottanta.mila volumi antichi che profumano di scienza e tempo, un ragazzo dagli occhi teneri e profondi, dai gesti e premure d'altri tempi, nella cui vita sono caduta, così inaspettatamente; Santa Maria in Trastevere, aperta, di sabato, all'una di notte, mentre la gente suda dimendandosi in discoteca, vengo presa per mano da un amico greco che mi spiega, con una semplicità disarmante, le iscrizioni in greco del IV secolo. Ed è tutto così surreale. Si cena, tutti assieme. La tortilla de patatas di W., le polpette ed il rollé, le olive, i dolci alle mandorle, arrivati di corsa in pullman direttamente dalla Grecia, creati dalle mani di una madre lontana ma attenta. Si beve, si ride, si parla in un italiano così buffo, me compresa. Si gesticola per farsi capire, perchè Noi italiani, siamo bravi in questo. Una bella ragazza mi bussa al finestrino, sotto quel cielo domenicale. Ci stavamo aspettando. Sale in macchina, ci salutiamo come se ci conoscessimo da tempo. Forse è davvero così. Ci sono incontri che dovevano accadere, senza spazio e tempo prefissati sull'agenda. Incontri che - casuali - non sono mai. Le affinità come rotaie ci conducono alla stessa stazione. Al binario si aprono le braccia al coraggio di conoscere qualcosa che fino a poco prima s'ignorava e quello che si scopre sono le somiglianze anche nelle diversità apparenti. Gli accenti che scoprono il nome della terra a cui apparteniamo, i dialetti che colorano l'ambiente, il piccante e l'agrodolce, sapori delle proprie case. T'innamori, ti lasci affascinare, sgrani gli occhi quando ti rivelano qualcosa che ti sembra impossibile, accenni timidamente un passo di danza a suon di συρτάκι o di flamenco, fissando i passi che i piedi dell'altro, con sicurezza, compiono. Ci viene da ridere. Le nuvole, come su una giostra senza fine, si rincorrono su questo sfondo azzurro sporco.
Come nuvole ci siamo rincorsi, io e te. Ti ho ri-trovato, finalmente. Afferro il libro, la polvere viene spazzata via con un soffio di labbra. Lo accarezzo, lo stringo a me. Lo sento parte di me, di questa storia che di scrivere, ancora, ho voglia.

On air: "Due Tramonti" - L. Einaudi.

Foto di Capitainecroc.

28 novembre 2007

Punto Senza Capo.

Stamattina il sole batte sul muro bianco del palazzo di fronte, quasi accieca il suo riverbero sulle finestre. La coperta rossa del vicino è sempre sul davanzale, come il mio sguardo. Un vuoto nella testa, alla bocca dello stomaco, negli occhi. Stamattina. Domattina. Dopodomani ancora. Il latte di soia s'è raffreddato subito. I biscotti sono finiti. Non mi sono leccata le dita, stamattina, per gustarmi le briciole di stelle attaccate ai polpastrelli.
Sono vuota, esposta, con le labbra all'ingiù dentro il mio mondo e col sorriso da clown per strada. Faccio sorridere, io.. invece, sono triste, dentro. Sull'ugola solo piccole vibrazioni. Ho sognato di cantare a squarcia gola ieri notte. Con tutta la forza che avevo in gola. Ora sono muta, come se qualcuno m'avesse rubato i suoni. Lo specchio è grigio. Il libro è sempre là. Ho scritto qualche pagina, ancora.. ma, tu l'hai chiuso. L'hai nascosto sotto il letto. Sono in ginocchio, a terra, piegata su me stessa, allungo il braccio, cerco di afferrarlo ma non ci arrivo. Non ci arrivo. Lo strato di polvere si farà pesante.

Si canta: "credi, possiamo sempre".

Voglio crederci, davvero. Ma è difficile. Oggi.

Ps. Posso sempre farmi suora o far all'amore come comanda dio.

Sì.



On air: "Possiamo Sempre" - G.Nannini.

Foto di Claudio Martella.

26 novembre 2007

Foglie Zuccherate.


Il paesaggio scorre mentre lei rimane immobile. Sulla lingua ballano parole mute. Le foglie raccontano della loro primavera. Tristi abbandonano i rami per baciare la terra. Quel verde le entra negli occhi, anche al buio può vederlo. Il muschio bianco profuma la stanza. Al di là delle tende rosse c'è tanto dolore ma così tanta vita. Tira il piumone fino a coprire i capelli. Trattiene il respiro, come sdraiata sul fondale dell'oceano. Sente i polmoni gonfi d'aria e sensazioni. Stringe, nei pugni, la coperta. Quando riapre gli occhi, tutto è scuro. Non sa dove mandare lo sguardo, non sa chi cercare. Riemerge ascoltando la terra sotto i piedi, eppure si sente così lontana. Senza peso nè età, senza senso, senza ossa nè cuore. Senza testa nè carne. Senza. Sprovvista di qualsiasi istruzione. - Senza.Voglia.Di. - La gente, al "Bar Départ" si saluta, s'abbraccia e si bacia. Lei è sola ed è foglia, abbandonata dal ramo. Tocca terra. Prende coscienza. Le ali si aprono. Tagliano le nuvole, il cuore sobbalza per qualche istante. Poi tutto torna com'era prima. Le dicono d'essere razionale. Le dicono di seguire la strada del cuore. Le dicono che "c'est la vie". Le dicono tante cose e lei l'ascolta, le raccoglie con le mani a conchiglia. Le conserva in una scatola, per farne tesoro. Quello che dovrebbe fare è ascoltare le rime che il cuore compone per lei, ogni sera. Quelle sere in cui lei, invece, soffoca il suo grido d'amore col cuscino ricamato di sogni e incertezze. Il grido di quella ragazza che, al bar delle partenze, ha affogato silenziose lacrime in un cappuccino troppo liquido e non le importava che gli altri la stessero guardando. "Che guardino pure!", ha pensato. Lei sa amare e sa piangere. Sa donarsi, lei. Fragile, dura, profumata, saporita, morbida, colorata, cosparsa di zucchero a granelli. Lei, come una caramella.


On air: "Lontano" - L. Einaudi.

Foto di Modimo.

22 novembre 2007

[Sopra(t)tutto Vita]


Viva come gatta in bilico sulla ringhiera. come acqua fresca che scorre dalla fontana della piazza. come due ballerini di tango. come primo bacio. come le tue mani sui miei fianchi. come quando ci lasciammo. come quando ti conobbi. come dita nel cioccolato. come vento sul viso. come gomiti appoggiati su finestrini a metà. come sangue di ferita. come sguardi lontani. come voglia senza confini. come lacrime amare. come grida nella notte. come tasti di pianoforte. come pensieri che scivolano ripidi.
Viva come adesso che, mentre sto ancora sorvolando le nuvole, il mio pensiero è stato più veloce. E' già arrivato fino a te. Ti sta accarezzando, ti sfiora le labbra ma tu non lo sai.

La Vita come un biglietto d'aereo. La fila non va saltata, ci regala attimi per riflettere. Prendo fiato, inspiro. Chiudo gli occhi, rido ad alta voce. Apro le braccia a questa vita, al di sopra del cielo, al di sopra di tutto.


On air: "Je t'emmène au Vent" - Louise Attaque.


Foto: "Vagabundo" - Alba.

20 novembre 2007

Ad una Stampella Appendo il Tempo.


Il tempo è una stoffa, di velluto rosso cangiante. La taglio in piccoli lembi, la cucio senza alcuna cognizione. Nessun ditale a proteggermi l'indice, il filo che uso è di un altro colore, ma, in fondo, non m'importa. Lo scucio dove mi sembra che la stoffa tiri un pò. Ecco!. Ora mi piace, così. Unisco i piedi, alzo le braccia verso il soffitto, come se dovessi tuffarmi verso l'alto, sfidando le leggi gravitazionali. Lo indosso questo tempo, lentamente. Il velluto accarezza la mia schiena nuda e la sottile peluria bionda dietro il collo, al contatto con quella morbida consistenza, s'elettrizza insieme ai capelli.
Questo tempo lo sento addosso, come un abito. A volte mi soffoca, mi stringe alla gola come mano grande e ferma; le Ore sono gelose dei Minuti. Altre volte, invece, mi lascia libera di correre, scalza, su terreni ancora inesplorati, mi dà la possibilità di ascoltare la tua voce che candidamente svela, con un ritmo tutto suo, il tuo nome. Ti sorrido quando tu non mi vedi, seduta a terra, incrociando le gambe e tirando, fin sopra le ginocchia, la sottana. Quando ti vedo arrivare, mi alzo, prendo tra le dita gli angoli della gonna, come facevano le dame dell'ottocento e mi inchino, delicatamente, e mentre tengo gli occhi bassi sul pavimento, un ingenuo sorriso s'apre sulle labbra leggermente rosate.
La notte, quando mi svesto, rimango nuda a fissare la mia pelle bianca come latte. I capelli sciolti sulle spalle, sembrano miele. Nuda e sola coi miei errori, appendo il tempo ad una stampella, con la voglia, l'indomani, di cucire un tempo nuovo.


On air: "Fuori dalla Notte" - Ludovico Einaudi.