30 marzo 2008

Bella Linda.



Il primo sole di primavera accarezza i pomeriggi romani. Le ore s'inseguono col fiato appeso a speranze e proiezioni; si abbandonano su prati umidi, per riposare e ricominciare la corsa. Si compone un numero che si pensava dimenticato.
-"Pronto?"
-"Vediamo se mi riconosci..".
-"Chi parla?"
Una risata interrompe l'indecisione. "Sono io... mi sono ricordata di quel sogno ad alta voce che facesti in quella notte di cd appesi alle finestre, di libri aperti sulla scrivania, di letti vicini, di bisbigli nel buio..".
Una risata che ancora tengo stretta tra le dita. Vecchie storie, ricordi che profumano di sapori di casa, di soli roventi in un luglio di quasi sette anni fa, di amori che hanno preso aerei e sono rimasti là, lontani dagli occhi ma vicini nel cuore.
Quante cose sono accadute, amica mia, in queste stagioni. Quanti treni hai perso e quanti ne hai presi? E dove ti hanno portata?..
Una notte fa, ho rivisto, come un film, alcune scene della mia vita, seduta sulla terrazza più elegante di Roma. Le luci erano tante, come i miei ricordi. La "Sagrada Familia" che dal mio letto riuscivo ad ammirare assomigliava a quei castelli che riuscivamo, da bambine, a costruire, facendo scorrere la sabbia bagnata dalle dita.
L'odore delle strade di Barcellona, in maggio. Il ritratto, in quella notte di colbacchi grigi e guanti di pelle nera, a Montmartre. L'aula Calasso della Sapienza, sempre piena di gente che di studiare aveva così poca voglia.. coppe, denari e bastoni, trionfavano tra i banchi. Quell'esame scritto che era la nostra croce.. ricordi? La concentrazione era sempre troppo poca, e le lezioni di accento calabrese, pure.
Questo tempo ci scivola addosso come i sogni scivolano dalla nostra memoria appene sveglie.
Quante vite sono entrate nei miei occhi. Quante voci hanno toccato le corde della mente, quante risa sono diventate musica. Quante..
Su queste tue note, canto, stamattina.


On air: "Tempo Perduto" - Sergio Cammariere.

Foto di Spilled Coffee.

25 marzo 2008

Soupirs.

L'odore del cielo bagnato penetrò le persiane socchiuse. Spifferi d'emozioni assomigliavano a sospiri nel buio della camera.
Le palpebre, stanche, si abbandonarono al sonno. Il cuore, d'improvviso, sussultò. Aprii gli occhi e ti trovai là, al mio fianco. Sulle labbra si coricò una curva inaspettata. Richiusi gli occhi - le mie finestre sul mondo - pensando che il tempo, troppo pigro, si fosse preso una pausa, anche lui.
Un raggio di luce squarciò quel telo grigio ed io ritornai ad essere me stessa. Le gambe incrociate, i capelli sciolti sulle spalle, le mani a riscaldare i piedi, gli occhi lucidi come il vetro della finestra.
Con la testa inclinata da un lato, ti guardai per capire se fossi vero, come fanno i bambini osservando, increduli, la fissità delle guardie svizzere in Vaticano.
"Ma tu sei vero?". Esclamai a cinque anni.
Nessuna risposta ebbi.
"E tu invece? Tu sei vero?". Esclamai vent'anni dopo.
Nessuna risposta ebbi. Solo uno sguardo sorridente.

Allora, ingenuamente, tornai a sospirare, sotto le coperte, cogl'occhi chiusi e i piedi freddi.


On air: "Un jour il faudra partir" - Superflu.
Foto di Mistress-Gothca.

20 marzo 2008

Encore. 2m1.



Che sia per un minuto o per tutta la vita: Saltiamo. Ad occhi chiusi, per mano. Parlami di te, ancora. Una volta. Di fronte al profumo del mare d'inverno, raccogliamo sassi levigati e conchiglie bucate, per infilarle su collane immaginarie.
Perditi nella tempesta di quest'animo folle come il volo di un gabbiano che non trova più il suo nido.
Ridi, piangi con me. per me. di me. Ancora. Una volta. Un'autostrada di colori percorrerai. Il mio pensiero t'accompagnerà silente. volente. dolente. Il mio sguardo su di te come una sigaretta ritrovata in un cassetto dimenticato. Siamo palmo contro palmo. Sguardo nello sguardo. La tua paura nella mia paura. La tua emozione si ciberà della mia. La voce si romperà in suoni sconosciuti e la lingua sarà una fragola succosa. Non mordermi il cuore, non domani. Perchè, questa volta, non so che sapore avrà.

On air: "La Demeure d'un Ciel" - Camille.

Foto: "Repos" di Moumine.

18 marzo 2008

Histoires de Filles.

Quel giorno di fine estate, la mia bocca fu foriera di un'amara notizia. Le parole stentavano a venir fuori. Avrei voluto gettar la testa indietro per ricacciare in fondo agl'occhi le lacrime e per ingoiare la verità, pillola troppo amara, che neanche il miglior sciroppo di frutti di bosco, avrebbe potuto nascondere il suo acre sapore.
Gli occhi bassi volevano perforare il terreno, quasi a cercare una via di fuga per quelle parole. Il tuo amore scivolava su una parete di cristallo. Mi sembra di vederlo ancora mentre s'arrampicava, posso - ancora - ascoltare il rumore stridente dei suoi artigli mentre provava a non precipitare nel vuoto. Silenzio. Intorno è buio. Si brancola in quest'oscurità come tante anime in pena, in cerca di un riparo, qualsiasi esso sia.
All'improvviso, la pelle s'inspessisce. Si sente un brivido correre dai capelli fin sotto la pianta dei piedi. Una mano t'afferra e ti porta alla fine del tunnel dove s'intravede una luce, un piccolo bagliore.
Ti lasci cullare tra le sue braccia mentre il mare s'infrange sulla scogliera e Positano - di notte - è una cortigiana con cui far all'amore, di nascosto, senza far rumore. Soffochiamo la sofferenza con questi nuovi amori.
Amori che hanno iniziali nuove, tutte ricamate in rilievo, in basso a sinistra, sotto il cuore.
Quello che è stato diviene un souvenir. Lo chiudi in quelle ampolle sommerse d'acqua, come quelle che compri in vacanza.
Ecco. Proprio così devi fare. Prendi il bello ch'è stato e chiudilo in una bolla di cristallo, con la neve artificiale. Ogni ricordo è un pezzo di storia, contenuto in pochi centrimetri circolari d'amore.
La tristezza e la paura d'aver perso tempo, tienile fuori da quella piccola magia innevata.
Fa parte di qualcosa che non è più. Fa parte di quella te, che qui, non è più.
La ragazza che eri, ora, è una donna che s'affaccia alla finestra di casa. Le guance tue verranno baciate dal sole di marzo, ché sei bella tu. Negl'occhi tuoi tutto il profumo del mare d'inverno riesco ad annusare. I tuoi fili dorati intrecciano tutta la femminilità e la forza della nostra famiglia.
Gli abbandoni ci hanno colte troppo giovani. Dietro le sbarre della paura abbiamo nascosto i nostri visi gonfi di lacrime ed incertezze. Siamo riuscite ad asciugarci gli occhi e a guardare oltre. Lontano da lì, lontano dal passato. Lontano da qui.
La storia di noi donne sembra esser stata scritta da qualche dio capriccioso.
Ma è giunto il momento di rovesciare il tavolo con tutte le lettere.
Mischiamole, perdiamoci in un caos calmo, ritroviamo quello che siamo, la nostra essenza più vera, liberandoci di fardelli e pregiudizi, di falsi miti e futili simboli.
Spogliamoci delle nostre paure e restiamo così. Nude. Di fronte a noi stesse per capire, per capirci.
Diamo spazio all'azzardo, al destino, a ciò che non si può controllare, senza temere.
Fa che quel ragazzo dagli occhi limpidi ti prenda per mano e ti mostri la strada di quella che, Lui, chiama felicità.
Ogni lingua ha una parola tutta sua per esprimere la "felicità". Io non ce l'ho. Non so definire quali contorni linguistici essa abbia. So, per certo - però - di saper riconoscere quando si presenta alla mia porta.
Lei ha scarpe rosse, un vestito a pois verde e bianco ed un buffo cappello in testa. La voce sottile e le mani affusolate. Il naso rotondo e gli occhi come due fessure socchiuse.
Se dovessi vederla, sorella mia, invitala per un té. E salutamela tanto. Dille che la sto attendendo, con ansia. Anche solo per pochi minuti. Ché ho voglia di sentire ancora il suo profumo.


A mia cugina, con infinito amore.




On air: "Ti Scrivo" - G. Allevi.

Foto: "Les Filles" di Moumine.


17 marzo 2008

Tempête.


E' proprio quando pensi d'essere libero che, invece, sei prigioniero dei tuoi stessi pensieri. Cammini a testa alta, con passo svelto e sicuro, i tacchi degli stivali calpestano l'asfalto. Un passo, poi cento. Di strada nei hai fatta eppure sembra d'esser rimasti al punto di partenza. Ti senti grande, ti senti forte. All'improvviso un meteorite d'emozione ti taglia la strada e tu rimani con le gambe paralizzate.
Ti do le spalle ma il tuo sguardo m'insegue. Ho fame, ho sete. Mangio, bevo, ma non mi sento sazia. Lo stomaco miagola, c'è fame d'amore qui.
C'è sete di carezze e parole sussurrate tra il collo ed il seno. C'è bisogno di quella dolcezza che è capace di sciogliere le parole in miele. C'è la voglia di raccogliere i tuoi sospiri - come tanti granelli di zucchero - coi polpastrelli per portarli fin sulle labbra. La lingua ci scivola sopra come un'onda sulla sabbia. Con un bacio ho provato a dimenticare la dolcezza della tua bocca ma..
Ricordi quando, in quella stagione che vive solo nella nostra memoria, i tetti spioventi custodivano le tue labbra sulle mie? Ricordi che il soffitto disegnava un arc-en-ciel e le nuvole prendevano la forma di un escargot? Ricordi com'eravamo innocenti?.
Sto provando ad allontanare dai pensieri il suono dei tuoi passi sul cuore. Ma.
Vorrei averti solo immaginato, vorrei pensare d'averti costruito come si fa con i lego, vorrei buttare giù il castello con un soffio di pianto, chiudere gli occhi, e trovarlo ancora là, più forte di prima.
Le fondamenta vengono ingoiate dal fango, la barca affonda. Cosa rimarrà di tutto questo? La tua lingua sa dirmelo?.
Un relitto sul fondo dell'oceano, tra le vele di quest'animo in tempesta. Ecco, quel che rimarrà.


On air: "Vingt-cinq ans" - Superflu.

14 marzo 2008

Changement.



Mi ribello. Mi difendo. Mi curo.

Libera.
Libera.

Libera.



On air: "Vita Tranquilla" - Tricarico.

Foto: "Elevator" di Claudio Martella.

12 marzo 2008

Petits Mots.


Quando il cuore si screpola, scrivo. Quando la tristezza entra in punta di piedi, scrivo. Quando i discorsi incontrano l'incomprensione, la stanchezza si stende sul letto, la felicità compra un vestito a pois, quando la voglia di "condividere" con il tuo volto dai tratti sconosciuti, un brivido che percorre la schiena o una lacrima che precipita dal mento o l'imbarazzo delle mie guance, è quello il momento in cui metto rosso su nero tutta me stessa.
Nuda, mi guardo allo specchio. Le parole sono come vestiti. Mi copro lentamente, una parola, poi un'altra e mi ritrovo con vari strati che mi riscaldano la pelle.
Scrivo per te che appoggi il mento al palmo della mano, mentre mi leggi. Per te, che stai seduto comodamente sulla tua poltrona di pelle nera, per te che hai capelli ricci come le onde del mare, per te che hai la voce roca e la pelle chiara, le mani grandi ed il bicchiere pieno, occhiali fuori moda e forcine colorate tra i capelli. Per te che mi leggi al buio, per te che chiudi gli occhi ascoltando la mia musica. Per te che divori le mie parole come grissini croccanti. Per te che sorridi leggendo del mio amore e non t'importa nulla, per il tuo cinismo. Per te che senti un nodo in gola leggendo dei tuoi stessi dubbi, per te che prepari il trasloco ed il pc sarà l'ultimo oggetto da imballare, per te che mi spii da lontano immaginando le mie mani. Per te che hai voglia di abbracciarmi e sorridi ripensandoci.
Le parole ci portano sullo stesso cammino. Si danza sugli accenti e le pause sono funi a cui mi aggrappo.
Scrivo per me. Per te. Per lui. Per lei. Scrivo senza paura, con gli occhi ben aperti sul futuropresentepassato. Quando temo di non essere in grado d'emozionare, credo sia quello il momento giusto per premere "pubblica post". Come ora, che ho paura di immaginare i tuoi occhi su di me, e le lacrime mi salgono dalla gola alle ciglia. Ed allora..

"Pubblica Post".


On air: "Fiore del Male" - Valentina Lupi. (merci à toi* pour cette chanson magnifique)


Foto di Moumine.

10 marzo 2008

Juste une Fois.


La strada è un lago. Voglio comprare un paio di stivali di plastica, a quadretti bianchi e neri. Come il mio umore, umido, bagnato di saliva e lacrime. Le unghie ciliegia colorano i miei pensieri. La voglia di ballare, di toccare il tuo collo, di sentirti sudato, le tue dita tra le mie. La gente intorno non esiste, non ora.
Mi connetto, ti connetti.
Sei in equilibrio sulla mia stessa onda, ora? Sotto la stessa pioggia. Un messaggio vola dalle mie mani, fugace, pieno di sentimenti contrastanti. Un bacio galeotto, forse. La tua confusione, la mia confusione. Mi perdi, io torno. Ti perdo, tu torni. La mia mente è alla stazione. Il treno è fermo, aspetta ancora.
Quando sentiremo il fischio, saltiamo su. Altrimenti, sarà troppo tardi.
La consapevolezza che succede "una sola volta nella vita".
La vita, come un metrò. Si aprono le porte, tu sali. La gente spintona, legge il giornale, luce al neon, sedili arancioni, occhiali scuri, emmeppi3 nelle orecchie, volti stranieri, lingue uguali. Ti guardi intorno, l'umanità ti penetra nei pori della pelle. Mangi sorrisi e volti incazzati. Le parole le leggi nelle pupille, non c'è bisogno di suoni.
Raccontami di te, ancora. Guardami dritto negli occhi e dimmi: "would you like to dance with me?".

On air: "Parisien du nord" - Cheb Mami avec K- Mel.

Foto: "Perhaps" di Moumine.


04 marzo 2008

Paradoxe.


Davanti agli occhi i rituali di una volta. Si appende al viso quella tristezza che non incontra la serenità, anche se fuori da qui ci sono così tanti motivi per essere sorridente.
E' inevitabile farsi male, ascoltando quella canzone che lui faceva suonare mentre tu ti vestivi. Quella musica che ti faceva chiudere gli occhi, ondeggiare la testa da una parte all'altra, accennare con le labbra le parole di quella canzone in una lingua sconosciuta, ridere muovendo i fianchi, con quella sensualità inconsapevole.
Quei dodici minuti diventano un tempo infinito che si scioglie tra righe piene d'amore. Non c'è rabbia, non c'è odio. C'è solo la razionalità che prende il posto dell'amore giovane, troppo giovane. Quella razionalità che tira il freno a mano sul cuore, su questo sentimento che nazione non ha. I vocabolari, oggi, li tengo chiusi, sotto la scrivania.
Ci sono ancora tante parole della tua lingua che la mia bocca non sa pronunciare, la mia memoria sembra un contenitore vuoto. Eppure, credo di non aver più bisogno di sfogliare pagine tradotte nel mio alfabeto. Le mie parole si compongono senza difficoltà, come tanti numeri messi in fila, uno, due, tre.. tutto è così naturale, doloroso nella sua naturalezza.
La nostra vita è un "paradoxe": quello di amarsi, senza poter vivere insieme.
Accetto queste parole, come fossero un regalo. Le accolgo negli occhi, scivolano ripide sulla lingua, le accarezzo tra le dita e poi le ingoio. Cerco di amarle queste parole, che formano il tuo viso.
Le foto hanno odore e voce. Tutto è immobile. Il tempo, dicono, risolve le cose. Ma non è ciò che voglio! Non voglio che il tempo sbiadisca i tratti del tuo viso, l'imperfezione del tuo naso insolente, la dolcezza della tua voce, il profumo del tuo collo a prima mattina. Non voglio che il tempo mi porti via tutto questo!.
Desidero che il tempo mi culli nell'attesa della ripresa, che mi faccia apprezzare ciò che mi circonda, ma mai e poi mai vorrei che mi portasse lontana dal tuo ricordo. Quest'amore è stato un dono che porto addosso, come un gioiello d'altri tempi.

E come un dono abbraccio le parole di un'Amica che, tempo fa, in una mattina qualsiasi d'agosto, fece librare in volo i suoi pensieri affinchè il mio cuore si sentisse meno solo:

[..resto zitta di fronte a quanto è stato, ma non posso certo pretendere che il mio cuore da un giorno all'altro assorba l'urto. non posso comandargli nulla, come non gli ho comandato certo, a suo tempo, di desiderarti.
il rituale dell'allontanamento richiede un pò di tempo. ci vuole spazio per lo spostamento fisico, perseveranza nel mantenere adeguate distanze mentali. ed è questo che meno accetto: il modo, la coreografia del distacco.
oggi sono uscita a comprarmi una maglia, tutta gialla.
lunedì prendo le forbici e taglio i capelli.
ogni mattina mi sveglio e guardo dalla finestra mentre il caffé sbrodola fuori dalla macchinetta. poi accendo la radio, e appoggio la testa al gomito.
se proprio mi viene voglia di piangere, lo faccio...].


Sono stata spugna, ombrello, guanto, roccia, specchio.
Oggi vorrei essere piuma. leggera. bianca, quasi trasparente. scrivere di questo a m o r e.

On air: "Forrest Gump O.S.T.".

Foto di Moumine.

02 marzo 2008

12 Minuti.


Solo dodici minuti, per lasciare la presa. Dodici minuti per mangiare le pause dell'indecisione, per recidere ogni dubbio. Dodici minuti e qualche secondo per spazzare via tutto il bello e tutto il brutto. Per cancellare il tuo viso, per grattarlo via dalla memoria. Dodici minuti, così poco tempo! La voce mi tradisce, si rompe in pianto. La donna prende il sopravvento, si fa forza, schiarendosi la voce. I sentimenti, tutti in fila, si tengono per mano. Anche la rabbia e l'incomprensione. Ci sono tutti, nessuno escluso. Quest'amore. Dio! Quest'amore, così incompreso, così difficile da capire, da spiegare a parole, a chi, un amore così non ce l'ha mai avuto.
La ragione prende il sopravvento. Allora tutto è chiaro: Tu non sei Nino, Io non sono Amelie. Non vivo a Montmartre, io. Vivo in una città dove la gente muore - di notte - per strada, perchè fuori è freddo. Si prova a venirsi incontro, ma quando la montagna è troppo alta e lassù c'è troppo ossigeno, non ce la faccio a trattenere il fiato. Sono un pesce, con la bocca aperta e gli occhi grandi. Sono un pesce appena pescato. Mi dimeno, sbatto la coda, ma so quale sarà la mia fine. Sto morendo, questo sentimento sta morendo. Non c'è nulla che io possa fare, non più. Tolgo l'armatura delle crociate e rimango nuda coi miei pensieri. Non ci sono ricordi, non ora. La mia mente smette di viaggiare nel passato. Guarda a quel che sarà domani, quel domani così incerto nonostante il cielo sia sempre più blu. Un domani senza nome e senza odori. Un presente su cui mi arrampico, a testa in giù, senza risposte. Le domande si asciugheranno, come i miei occhi.
Sono funambola in questa vita. Prendete pure posto, senza numero. Lo spettacolo è appena iniziato. Piroetterò, cadrò, mi farò male, sorriderò, e mi rialzerò.
Dodici minuti per dirsi addio.
Allora io, elefante stanco, chiudo la porta, m'imballo il cuore, aspettando che questo sole secchi sangue e lacrime.


On air: "L'Orologio degli Dei" - G. Allevi.

Foto: "Spider" di WordsforSnow.

27 febbraio 2008

Réalité?


Quel che fatico a digerire sono le frasi di latino arcaico misto alla lingua dei longobardi, che pure a volerle tradurre, "IL" si ribella. Tutto ciò perchè il professore che nel 1954 scrisse questo testo, era troppo pieno di sé per mettere la traduzione a fronte, per noi comuni mortali.
Quel che sopporto davvero poco è assistere all'intervista di quel manichino della Santanché, a Matrix, e rendermi conto che le persone che dovrebbero rappresentarci (che Dio ce ne scampi e liberi!) non fanno un uso corretto (dire "corretto" è già un complimento) della nostra lingua italiana. Ebbene sì. I verbi sono un optional. "Da quando sono bambina..", dice la cinquantenne. L'indicativo, con un colpo di natiche, manda nel dimenticatoio, l'imperfetto che - mesto mesto - torna al "paese dei verbi sconosciuti". Il pronome relativo "cui" viene sostituito da un prepotente "che".. che un posto non dovrebbe avere.. "La persona che ho parlato ieri...". Ho avuto un conato di vomito e nel guardare la sua bella fronte immobile, da quindicenne, grazie alle iniezioni di potente botulino, ho provato compassione.
La presa di coscienza di quant'è pericoloso vivere in un mondo tutto chiuso, tutto proprio, esclusivo, nel senso di "riservato a pochi" sventurati o fortunati, ha lo stesso effetto della saliva andata storta. Sgrani gli occhi e ti auguri che ciò che vedi sia davvero la realtà che, come una giostra di cavalli, gira nella tua testa. Ti auguri che la merda che hai intorno sia davvero merda e che quello che ritieni crema sia davvero crema. Che i tuoi occhi non alterino la verità, ecco.
Giusto così. Per non svegliarmi un giorno e capire che la crema non è mai esistita e le mie torte erano di plastica.

On air: "The Passenger" - Iggy Pop.

Foto di Claudio Martella.

24 febbraio 2008

Espoir.


E' già la quarta volta che inizio a scrivere l'incipit di questo post. Torno a leggerlo e, senza pensarci troppo, premo il pulsante "Canc".
Basta un click "a portata di dito" per far scomparire ciò che non ci piace, ciò che non ha preso la forma giusta, quella che noi volevamo. Vorrei scrivere, stanotte, con la stessa armonia con cui danza la fiammella di questa candela.
I pensieri si accatastano gli uni sugli altri come le pietre di quei muretti pugliesi, incastrate una ad una, con precisione, geometricamente imperfette eppure così perfettamente simmetriche le une dentro le altre. Così stanno i pensieri miei. So esattamente cosa voglio dirti, stasera. I pensieri sono gli stessi di quando sotto ai piedi avevo migliaia di metri colmi di vuoto, la punta del naso appoggiata all'oblò ed i pensieri volavano come aquiloni in libertà, fino a te.
Ricordo la sensazione che provai nel volerti abbracciare ed il senso di impotenza nel non poterlo fare.
Quel giorno di un mese fa, pensai che siamo tutti naufraghi che cercano di rimanere a galla, per raggiungere la terra ferma. Siamo viaggiatori nel deserto, a cui è stata consegnata una mappa senza la bussola, che cercano l'acqua. Siamo menestrelli stonati, cantastorie che provano a sorridere anche quando l'amaro è sulle labbra, per far divertire gli altri.
L'Amore muove ogni cosa, nel bene e nel male.
Il senso di vuoto che provi ogni notte quando appoggi i tuoi sogni sul cuscino, lo conosco.
Lo smarrimento la mattina, quando ti affacci al balcone e guardi le persone ridere. Quel senso di tristezza a cui non vuoi dare un nome, anche se un nome ce l'ha.
Quando finisce un amore, ti senti persa, vuota, esposta, piccola, vulnerabile. Ti senti come se ti avessero strappato via un organo vitale, un braccio, un occhio, portato via qualcosa che fino ad allora sentivi addosso, come una seconda pelle.
Si cercano le spiegazioni, sempre. Si cercano le risposte a tutti quei "perchè" così naturali, che danno rabbia.
Ti metti in gioco ancora ed ancora. Rimani con la testa per aria, dei minuti, sperando che le risposte, magicamente, si materializzino sotto al soffitto.
Ed ancora silenzio, ed ancora vuoto sotto ai piedi e nello stomaco. E ti viene da piangere e gridare che tutto questo un senso non ce l'ha!
La sua felicità non può costruirla sulla tua infelicità! Dannazione. Eppure, amica mia, è così. Vorrei avere parole che confortino, che t'accarezzino l'anima, che diano risposte alle tue domande, ma io - ahimé - non le ho. Ho riflettuto molto sull'amore, sul copione così crudele che, a volte, si mette in atto. Sul dare e sul ricevere. Sul ruolo che giochiamo come in una partita a scacchi con la vita stessa, sulle infinite possibilità del destino, sugli incontri che - casuali - ci cambiano la vita. Quel naufrago innamorato della vita, agita le braccia per farsi salvare. Mostra riconoscenza al suo salvatore e - poco dopo - s'imbarca su un'altra avventura, non degnando più di un solo sguardo chi gli ha teso la mano.
In questa vita non abbiamo un tasto "Canc" che ci permette di resettare i cattivi pensieri, di far sparire le persone che ci vogliono male, di tornare indietro nel tempo per poter cambiare le cose. Nessuna bacchetta magica, nessuna favola a lieto fine, purtroppo.
C'è una cosa che, però, ci tiene vive: il coraggio.
Il coraggio di cambiare, di affrontare le delusioni ed le brutture della vita. Siamo viaggiatrici, noi.
Forti, sebbene le gambe alle volte tremino. Decise, anche se la mappa del nostro cammino sia ancora incerta. Siamo donne, noi, col viso da bambine.
Non lasciare che nessuno rubi la tua gioia di vivere, di amare, di essere amata, la voglia di credere, di crederci, ancora.
Nessuno ti è indispensabile per vivere. Siamo tutti naufraghi, ma ognuno di noi, ha una sua terra che l'attende. Vicina o lontana essa sia.

La strada è lunga. Non perdere tempo. Mettiti in cammino! Ora!.

On air: "Nuotatore" - G. Allevi.

21 febbraio 2008

Tapis Roulant d'Emozioni.


“..le incomprensioni sono così strane sarebbe meglio evitarle sempre”.
Così recitava una canzone di qualche anno fa.
Non parlo italiano, non parlo francese. Non parlo spagnolo o inglese. Parlo il linguaggio del cuore, io. Quello che viene sputato fuori, di getto, dalla bocca dello stomaco. La lingua è un tapis roulant su cui si srotolano parole senza suono, ma se avrai orecchie attente, potrai percepirne anche le sottili pause.
I lampadari delle case sono spenti, piccoli insetti si inseguono, in circolo, sotto la luce del neon del lampione, giù in strada.
Stanotte è una di quelle notti in cui c’è tanto tempo per riflettere, ma troppo poco per parlare. Una notte di quelle in cui ti giri e ti rigiri nel letto. Le braccia incrociate sotto la testa, sono il tuo cuscino. Provi a distenderti sul lato destro, poi sul sinistro. Scosti coi piedi il piumone che sembra di cemento. Sistemi i capelli lunghi tutti da un lato mentre fissi le foto sulla console di fianco al letto. Ma nemmeno così il sonno cade sulle tue palpebre. La musica non colma quel vuoto che hai dentro, stanotte. Sotto il mento hai quell’espressione che avevi da bambina, quando qualcosa andava storto. Quell’espressione che chiamavi “mentuccio” e che bastava così poco per farla sparire. Porti le gambe al petto, come un feto. Ti viene in mente di quando tua madre ti raccontava che papà le appoggiava le cuffie dello stereo sul pancione, prima di andare a dormire, affinché tu potessi sognare gli angeli del cielo. Una notte era un Notturno di Chopin o il Clair de Lune di Debussy, se a decidere era mamma. La notte dopo c’erano le percussioni di Bruce Springsteen a parlarmi da quella spessa parete di vita e di pelle, se aveva vinto papà. Chissà se riuscivo a sentire quei suoni, a capire che i miei genitori si stavano amando. Dio.. quanto tempo è passato, eppure le percussioni di Bruce rimangono le stesse come i timpani che le ascoltano.
Vorresti essere altrove, stanotte. In un letto d’hotel, di quelli coi comodini uguali ed i cassetti vuoti, coi granelli di polvere impercettibile. Quegli hotels con la tivvù di fronte al letto e le lenzuola che hanno quel profumo di pulito industriale ed i cuscini sono sempre troppo alti o troppo bassi. Vorresti che nulla di ciò che hai intorno ti appartenesse. Nessun ricordo, nessun brivido che ti scivoli lungo la schiena. Vorresti ricominciare daccapo, da zero. Aprire una valigia e trovarla vuota. Ancora da riempire. Colmarla di sogni e speranze, di abiti colorati, tutti a fiori, così dannatamente inglesi, come il sangue che scorre nelle tue vene.
Vorresti che la porta della tua camera fosse la porta di un hotel. Che ci fosse disegnata la mappa del corridoio e la via di fuga in caso d’emergenza. Che ci fosse un estintore capace di spegnere le delusioni cocenti. Che quello che hai intorno non ti raccontasse la sua storia, che ogni cosa non portasse il suo nome.
Vorresti che sulla tua porta ci fosse disegnata una freccia con scritto: “Exit”. Vorresti che una volta imboccata l'uscita, ci fosse una strada tutta dritta, senza bivi, senza diramazioni. Che non ci fosse bisogno di voltarsi indietro, mai. Neanche per un istante.

"..le incomprensioni sono così strane sarebbe meglio evitarle sempre per non rischiare di aver ragione ché la ragione non sempre serve".

On air: "Streets of Philadelphia" - Bruce Springsteen.

Foto di Moumine.

17 febbraio 2008

Distanzattesa.


.29 Dicembre 2007. [ogni parola del passato ha voce]


Si cerca di prendere le distanze da tutto.

Dalle cattive notizie che ascolti al telegiornale, in cucina, mentre scoli la pasta; da una bestemmia gridata contro il cielo da un ragazzo che non conosci; dalla tristezza che aleggia intorno alle bancarelle degli indiani che per soli cinque euro ti vendono collane di perline che dita sottili, una ad una, hanno cucito ed infilato; dalla grettezza umana che è così grossolana; dal provincialismo nascosto dietro ogni griffe stampata su sciarpe marroni e nere; dalla solita grigia storia a cui non vuoi più dare un nome. Ti nascondi dietro il grande collo nero della giacca. Porti il cappello fin sotto le sopracciglia, guardando il mondo da una fessura. Un senso di costrizione ti prende alla gola, come se ti mancasse l'aria. Apri la bocca cercando di far uscire un vagito, come un neonato.
Vorresti che la sensibilità si stratificasse come si stratifica la cera sciolta delle candele. Avete mai provato a giocare col liquido caldo delle candele? Bene. Quando quel liquido si attacca alla pelle diventa immediatamente duro e solido. Vorresti che la pelle fosse come la cera dura delle candele. Vorresti che nessun fiammifero, nessuna fonte di calore s'avvicinasse alla tua candela, che non ci fossero più stoppino, nè scintilla alcuna. La sensibilità ti scortica, ti sbuccia come si sbucciano le ginocchia dei bambini in una brutta caduta, diventa pelle viva e poi fluido sangue.
Si nuota nei propri sogni e si ha paura d'affogare.


.17 Febbraio 2008. [la voce, oggi, rimane senza suono]

Si attende. La primavera. Una lisca di pesce. Un tappeto da graffiare. Una carezza.


On air: "Please, please, please, let me get what i want" - The String Quartet.

Foto di Moumine.

08 febbraio 2008

Girami il Cuore.


Il termometro segna tre gradi. Gocce ricche di gelo scendono lentamente sul parabrezza della macchina. I respiri appannano il vetro. Ti guardo e sento che la paura sale veloce dal cuore alla gola, come in una corsa senza ostacoli. Le tue mani sono sempre più fredde, le tue ciglia tentano di velare il tuo timore ma i tuoi occhi non tradiscono i tuoi sentimenti.
Un ombrello nero ci ripara da quel freddo che ci gela le parole e ci mozza il respiro.
Sono lontana mille miglia da casa, eppure non mi sento persa. Mi sento solo esposta.
Sei uscito da quella stanza solo quando il mio sguardo ha raggiunto le prime luci delle case sul lago ed il contorno dei pini s'è fatto incerto.
Le tue dita infilate, come di nascosto, tra i miei capelli, in un momento d'abbandono, mi hanno fatta sentire al sicuro.
Sono rimasta sola, quella notte.
Quella notte in cui il led rosso della tivvù m'ha tenuto compagnia, notte lunga, la più lunga della mia vita.
Notte di campanelli rossi e tubi trasparenti, di camici bianchi e di vento freddo al di là del vetro, vento che potevo solo immaginare.
Ho aspettato il giorno, la luce tra quei rami che di notte cercavo con gli occhi ben aperti. Avevo paura di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, volevo a tutti i costi rimanere sveglia, contare le poche stelle che illuminavano il cielo come schegge di diamanti messe lì per caso, senza orientamento.
La testa girava e girava ed il cuore pulsava sempre più forte. Contavo i secondi ed i minuti che mancavano all'alba. L'attesa sembrava senza fine. Alle sei e mezza, finalmente, i primi uccelli hanno iniziato il loro canto.
Una speranza nel petto s'è aperta, come una finestra sul mondo. Mancavano solo due ore e tu saresti entrato da quella porta.
Avevo superato la notte come una "persona grande". Avevo vinto la paura di quel cielo nero così muto e l'odore forte di pulito - ma non di casa - delle lenzuola che ti penetra fin sotto la pelle.
Quella notte ho pensato a questo momento. Sì, ho pensato a quando mi sarei seduta qui, tra le mie cose, col mio pijama addosso, con la mia tastiera nera, a raccontare di quella notte che non finiva mai. Ho immaginato la mia espressione nel raccontare di quella notte che mai avrei pensato di vivere, parlando di me come se parlassi di un'altra.
Mi sento come la corteccia di un albero, che poco a poco si inspessisce sempre di più. Ogni esperienza, bella o difficile che sia, ci si stratifica addosso, come corteccia. La pelle diventa dura, affinchè possa resistere al gelo dell'inverno e al caldo torrido dell'estate.
Tu sei stato formica, sei salito sul mio tronco, con zampe sicure, sei riuscito ad insinuarti nel mio tronco e a trovare la mia linfa. In quella notte senza profumi, il tuo pensiero m'ha tenuta sveglia, m'ha dato il coraggio di aspettare il canto di quegli uccelli.
Oggi che sono a casa, l'odore di quelle lenzuola senza disegni rimane solo un brutto ricordo.
La luce del cielo di mezzogiorno, lo slittino sulla neve, il vapore dell'acqua delle terme in mezzo alle montagne bianche come panna, è ricordo vivo che mi parla e mi fa ancora tremare di gioia.
Mi gira la testa, ancora. Ma è per la felicità d'essere qua, di poter raccontare il piacere che si prova ad attendere qualcosa ed alla fine, nel vederlo arrivare.
Come diceva mio nonno: "Addà passà a' nuttat".

A' nuttat è passata.


[Grazie a Te che hai gambe forti come radici d'albero secolare e mani delicate come fiori di pesco.
Grazie ai miei genitori che mi amano sopra ogni cosa. Grazie a mia madre che ha affrontato le nuvole per prendermi in volo, tra una vertigine ed una giravolta di cuori.
Grazie a Camille, che a mezzanotte è stata colomba bianca in una notte così nera.
Grazie a voi, amici, per il vostro amore che mi ha scaldato la pelle in un momento di gelo].


Foto: "Voulant y croire" di Moumine.

On air: "Fuori dalla Notte" - L. Einaudi.

31 gennaio 2008

Attends-moi.


Il cielo è grigio stamattina, il corvo è venuto a darmi il buongiorno mentre i frutti rossi, lentamente, si scioglievano nell'acqua calda ed il cioccolato denso s'è attaccato ai polpastrelli e la piccola felce vuole essere dissetata.
Mi guardo attorno, stamattina, con gli occhi ancora truccati e le labbra secche. Mi rendo conto di quanto io sia presente qui, in ogni cosa che tocco o che guardo.
Tutto mi parla di me, di te.
Un "me" ed un "te" che si fondono per diventare una cosa sola, un "noi" a tutto tondo, un "noi" tutto pieno, coi suoi chiaroscuri, le sue ombre cinesi e le luci di trastevere d'inverno.
Questo noi che parla tre lingue diverse e che a volte non si fa capire e poi, d'improvviso, con un solo gesto o uno sguardo rende tutto più' chiaro, comprensibile.
Ed il poco che mi sembra tanto ed il tanto - che a volte vorrei - parte per un lungo viaggio ed incontra le persone che non s'accontentano mai.
Al di là delle tende rosse, gli alberi sono pazienti. Aspettano la primavera quelle foglie marroni e gialle. Proprio come me. Saro' albero in questi mesi di freddo e guanti di pelle. Ti lascero' col freddo e ti ritroverò' con la pelle baciata da un timido sole di primavera. Le mie foglie saranno verdi ed i primi fiori sbocceranno tra le mie mani.
Aspettami.


Foto: "et je reve encore" - Moumine.

13 gennaio 2008

Coraggiose Mani.


La tua verità ha incontrato lo stupore del mio viso dodici lune fa. Da quell'istante il cursore ha continuato a lampeggiare instancabile davanti a me, mentre le mie dita non riuscivano a lasciarsi andare. Erano come immobilizzate dalla paura di non saper danzare a ritmo di musica, di non saper dimostrare quello che avevano bisogno e voglia di farti capire. Stasera si fanno forza queste sottili dita mie e la tastiera si lascia curare, sembra quasi ne abbia bisogno. Quello che mi ha colpita di questa foto sono le mani grandi e grosse di quest'uomo, le unghie sporche fin sotto la pelle, il lavoro che è scolpito su quelle mani. Queste dita tengono custodito qualcosa di così candido e puro, un batuffolo di pelo che trema e sogna. Quel piccolo animale si lascia prendere e stringere, calmo, tra quelle dita così apparentemente rozze ma così forti. Lui si fida, il suo cuore sicuramente avrà battuto forte, in quel momento d'abbandono. Come il tuo quando mi hai parlato di te, mi hai raccontato trattenendo il fiato, col cuore in gola e gli occhi fissi su quelle parole di cui ti stavi liberando, tutt'insieme, parole come zavorra di cui disfarti una volta per tutte.
Le mie mani invisibili hanno asciugato le tue lacrime, i miei occhi hanno compreso tutte le verità celate, hanno seguito la tua ombra lontana, discretamente, senza far rumore.
Dietro questo schermo, una vita, la tua. Nessuna domanda, nessuna pretesa, niente. Solo un nuovo anno che ti ha aperto la porta, mentre un altro ti ha voltato le spalle e si è allontanato mentre il sole d'autunno moriva lentamente all'orizzonte.
Tu non sei il coniglio. Il coniglio è la vita. Tu sei quell'uomo dalle mani grandi e forti. Un uomo capace di tenere in mano qualcosa di così fragile ed importante come la vita. Non aver paura di sentire il suo cuore che batte, che corre, che si ferma per tirare un sospiro perchè subito dopo riprenderà a battere più forte di prima.
Lascia che il coniglio abbia paura di te e non tu di lui. Accarezzalo, annusalo, guardalo crescere e saltellare da una parte all'altra. Chiedigli tutto quello che vuoi, addomesticalo, lascialo libero di andare, di giocare indisturbato, forse si perderà ma, poi, saprà ritrovare la strada per tornare tra le tue mani.
Non aver paura perchè la vita di ognuno di noi ci riserva qualcosa di inatteso, un sapore dolce o improvvisamente amaro, da sciogliere sulla lingua.
Nel momento dell'amaro lascia che chi ti ama ti offra una caramella di zucchero e sorrisi da assaporare tra le labbra, lasciati accarezzare in una notte di sciarpe fredde e sguardi silenziosi, lascia che il passato ti scivoli addosso come la pioggia su un bell'impermeabile.
E' difficile, lo so. Ma tu sei troppo attaccato a questa vita da lasciartela sfuggire dietro la buia paura.
Io lo so che ce la farai. Lo so. Ti guardo da qui, ti seguo da qui, silenziosa. Voglio vederlo crescere quel coniglio.

Coraggio, amico mio.

On air: "Ti scrivo" - Giovanni Allevi.
Foto: "Protect Me" - Mr. PioPio.

12 gennaio 2008

Chiara, come un AbC.


"Gioia primitiva di saperti viva vita piena giorni e ore batticuore pura dolce mariposa nuda come sposa, bella come un'armonia come l'allegria come la mia nonna in una foto da ragazza come una poesia o madonna mia come la realtà che incontra la mia fantasia".

"Che meraviglia lo straordinario..." .. "quando è retribuito".

Confermo! Sono felice, oggi.


*Foto: il mio libro di penale, oggi, finalmente, riposto sullo scaffale.

On air: "Bella" - Jovanotti.

10 gennaio 2008

Je Ne M'Ennuie Pas.


Non dovrei essere qui, in questo momento. I miei occhi dovrebbero essere potentemente incollati a pagine fine e quasi trasparenti - tant'è che sono consumate - di un libro che racconta di quant'è corrotto il nostro Paese.. un libro comprato al "mercatone del libro", un testo usato, ovviamente. Apro la prima pagina. Un gatto con un libro in mano ed un pipistrello con le ali spiegate sono disegnati tra la "genesi della fattispecie penale" ed il capitolo primo.
Il sorriso è inevitabile. Anche gli occhi di chi lo possedeva prima di me, a quanto pare, non erano attenti.
Nascondo naso e bocca tra le mani al pensiero che ho quasi finito tutti i dolci che tu mi hai nascosto in quella bella calza della befana..
La signora che, di giorno, appoggia sempre il pleid rosso sul davanzale, è alla finestra. Ne vedo solo i contorni e la luce di quel grande lampadario appeso lassù. E' la prima finestra che vedo alzando lo sguardo dal libro. E' un angolo dove la mia distrazione trova rifugio, dove la mente piroetta con pensieri ballerini e ricorda il tepore che hanno i tuoi capelli la mattina quando ti svegli. Mi viene voglia di annusarti, chiudendo gli occhi e di regalarti un fiore per ogni sorriso che riesco a rubarti.
L'incoscienza di essere qua, di amare, di sorridere, di sentire il bisogno di scrivere anche quando il Tempo ti guarda accigliato e ti dice che non dovresti. Ho voglia di incoscienza, stasera.

On air: "The Greatest" - Cat Power.

Foto di CameraDude.

07 gennaio 2008

Vento senza Tempo.

E' così che succede. Quando sei distratto a fare altri progetti, Lei ti viene incontro sotto una moltitudine di forme così diverse che, a ripensarci, ti viene da sorridere.
Le note incalzano come il vento che porta l'acqua della fontana fuori dai bordi. La strada si bagna, i palloncini s'alzano leggeri lassù, formando nuvole basse tutte colorate. Il profumo dello zucchero filato s'attacca alle narici riportando, al palato, ricordi d'infanzia.
Il cappello dimenticato sul sedile di quel treno diventa una perla nera da infilare col filo trasparente di un'amicizia rara, da vivere con commozione, nel rispetto della sua bellezza straordinaria.
I racconti di una vita ti portano così indietro nel tempo tanto da pensare che non siano potuti esistere realmente. Nei suoi occhi umidi, treni ed aerei, colori e voci, poesie francesi e sapori del sud. Eppure, tutto è vero, tutto è morbido come la stoffa del suo cappotto. Tutto è antico come i suoi racconti dove ti perdi senza renderti conto del tempo che diluisce.

Ecco, di nuovo, che il vento gonfia le tende bianche da cui intravedi il cielo di Roma, grigio e scuro, come gli inverni di gelo e di caldarroste agli angoli delle piazze. Le Note, ninfe dai capelli raccolti, si lasciano accarezzare e sfiorare dalle sue mani, sottili come rami d'albero d'autunno. Tutto è un trionfo di sensazioni, di ricordi, di occhi che ritrovano emozioni nuove ma, in fondo, familiari perchè già conosciute. Dalla testa si srotolano - ripidi - i pensieri fino ad arrivare alle dita che baciano le lettere bianche, figlie di questa nera tastiera. Potessi io creare con i miei rami la Poesia che Lui crea con i suoi! Perdersi in quel dove senza strade, senza numeri, senza nomi. Un dove tutto suo, tutto nostro. La curva della sua morbida schiena mi fa perdere l'equilibrio, negli occhi chiusi si legge tutto l'incanto ch'è intorno a noi.

E' così che succede. L'incanto prende nome. Si chiama Vita.



On air: "Vento d'Europa" - Giovanni Allevi.