30 ottobre 2007

Ruvidaseta e Mielamaro.


Si contano i giorni, le ore, i minuti, i secondi. Si contano i respiri, si gioca con le ciocche dei capelli ancora umidi, tra le dita, si beve caffè per rimanere sveglie e tisane per calmarci, perchè il caffè ci ha rese nevrotiche.
Si aprono le mails, si leggono, si traducono e si rileggono, si sorride, ci si sente confuse. Si guarda il campanile e si pensa come tutto, qui, sia a portata di mano. Si sentono i rintocchi delle campane. Uno, due, tre. E' mezzogiorno ed è già ora di partire, con quei ventuno chili di sicurezze, quei ventuno chili che hanno il sapore di casa, della tua stanza, e se guardi bene, può darsi che tua madre ti abbia nascosto, sotto i vestiti, un pacco di spaghetti n° 5, Barilla, ovviamente, per non farti dimenticare il sapore della tua cucina. Le parole scivolano come il sapone sul lavabo appena pulito. Le bolle rimangono intatte, ancora un pò. Come il ricordo di quando prendesti la decisione di saltare.
Ogni viaggio è un salto. Nel vuoto, nel buio, sul fieno, nell'acqua, tra le braccia di qualcuno che le ha aperte in tempo per acchiapparti, o nel freddo di una stazione dove nessuno ti sta aspettando. Una casa col camino o con un vecchio termosifone arruginito con la vernice scrostata. Col bagno pulito ed il letto scomodo. Ci si gira e rigira nel letto, di notte, perchè non riconosci l'odore dei muri ed il cuscino è troppo alto. Togli il cuscino, lo poggi ai piedi del letto. Le braccia sotto la testa. Fissi il soffitto, chissà quanti occhi l'avranno già fissato prima di te. Sorridi, ti mordi il labbro. Pensi a domani. A cosa fare, dove andare, cosa mangiare. Quanto costerà la vita qui? Sarà lontana la metro da casa? Come sarà domani?. Mi mancheranno gli Altri, e più di tutti, mi mancherò Io, domani?.
Non ci è dato saperlo. Domani arriva prima che tu te ne accorga.
Quello che lasci qua è ruvidaseta e mielamaro. Quello che domani troverai là potrebbe essere la stessa ragazza o una stoffa liscia come la tua pelle che io non conosco - ma che immagino - ed un sapore dolce come il caffè molto zuccherato che piace a me.
Non sei sola, mai. Tutto comincia e finisce, sempre è così. E' in quell'intervallo di tempo tra l'inzio e la fine, che devi vivere. Come se il tempo non bastasse mai. Anche se a volte si ha paura, anche se le catene ti tengono inchiodata a terra. Tu sei un uccello libero da schemi, reti e pregiudizi.
Sei forte come uomo e sensibile come donna, sei sincera e tagliente come lama affilata, sei impulsiva come pugno inaspettato, sei notte illuminata da luna piena, sei bici che corre in discesa. Sei miele e seta.
Non smettere mai di giocare, di stupirti e di tenere sempre alta la guardia.
Buona vita laggiù.


On air: "Raphael" - Carla Bruni.


Foto: "I Sk8 NY" di AnomalousNYC's.

28 ottobre 2007

Luci di Strada.


Guarda il cielo, sembra che stia per piangere. Freneticamente, con andamento ritmico, sbatte i tacchi degli stivali l'uno contro l'altro, le mani nelle tasche del cappotto, le guance chiare, tirate. Sente freddo. Controlla l'ora. Osserva, in lontananza, il capolinea del 630. Si rende conto d'essere in perfetto orario. "Che strano" dice, con un sorriso sulle labbra.
Passano dieci minuti e l'autobus tarda ad arrivare. Diavolo, non è più in orario. Ha tutto il tempo di osservare le macchine che passano, lentamente. Gioca con l'ombrello, lo fa girare. E' bello vedere, in trasparenza, le gocce che si fermano sul nylon celeste, rimangono per un pò in bilico sulla cucitura per poi precipitare, velocemente, sull'asfalto. C'è tanta gente che aspetta come lei, con lei. Tutti coi loro pensieri, sotto la pioggia. Ha fretta, oggi. E' emozionata, oggi. E' impaziente, oggi. Incredibile come, in pochi minuti, si possano provare così tanti sentimenti.

Ecco arrivare il 630. Sale di corsa. E' fortunata, trova posto a sedere. Piove forte, al di là del vetro. Tutti dicono la stessa frase, che è entrata a far parte, ormai, dei detti comuni: "Incredibile, quando arrivano due gocce d'acqua, Roma si blocca!". Ride, perchè è sempre la stessa storia.
Yann Tiersen, con la sua fisarmonica, sta viaggiando con lei. Ha percorso così tanti tragitti con lui e le sue note, che se non l'accompagnasse ancora, le sembrerebbe di sentirsi sola.

Eccola là Roma, in tutto il suo splendore, nonostante il cielo triste e l'aria umida.
E' il momento di scendere. Lo fa un pò goffamente. Apre, a fatica, l'ombrello che si era impigliato nella tracolla della borsa. Ha fatto tardi, come al solito.
Le gocce si moltiplicano diventando tante, finemente pungenti. Le bagnano le lenti degli occhiali da vista. Ora vede tutto offuscato. "Inutile provare a pulirli, troppo complicato", pensa. Prosegue correndo in punta di piedi come una ballerina, in equilibrio, cercando di evitare le pozzanghere.
Arriva all'appuntamento, con quegli occhiali appannati che nascondono l'emozione che c'è dietro. Con il naso all'insù cerca sulle scale "una sciarpa arancione". Socchiude lo sguardo per mettere a fuoco. "Eccola!", pensa sorridendo.

Si scioglie in un abbraccio, tutto nuovo, tutto da scoprire.
Una piramide di cristallo li ospita mentre un tè bollente li riscalda. Si gesticola, ci si guarda con curiosità, con timidezza, con ammirazione. Ci si scruta quando l'altro per un momento posa lo sguardo sulla bustina dello zucchero, facendo attenzione a che nessuno si accorga di nulla, ma tutto appare così naturale. Le mani, ora calde, vorrebbero prendere le sue, in segno d'amicizia, per dire "sono qui, siamo qui, finalmente".
Ci si racconta a parole o anche soltanto con uno sguardo, perchè, a volte, s'incontrano anime con cui è più facile comunicare, perchè ha già danzato scalza sulle sue righe, perchè già conosce il profumo dei suoi fiori, ma non conosceva, fino ad oggi, il rumore dei suoi passi. Fuori il vento continua il suo canto, Roma è una regina tutta bagnata, ma così elegante. La via dei Fori Imperiali è piena di luci ma niente è paragonabile alla luce degl'occhi suoi. Li fissa, celando una contentezza infantile. Ci si perde in quegl'occhi e poi si ritrova la strada, anche solo per il gusto di smarrirla ancora una volta.



On air: "Passaggio" - Einaudi.

26 ottobre 2007

Regarde-moi.


Quando si ha paura di poter perdere qualcosa si chiudono gli occhi, quasi a cercare di trattenerne l'immagine il più a lungo possibile negli occhi. Non nella mente, negli occhi.
Si cerca di fermare i secondi, ogni battito sembra di troppo, ogni parola, superflua.
Si lascia che la musica parli di te, di lui, di voi.
Ogni immagine è composta da infinite scene tutte in bianco e nero, come quegli album per bambini, tutti da colorare, ogni ricordo è una pennellata di colori, di sorrisi e mani fredde, di tè bollenti e rose rosse, di vette bianche, di scarpe blu infangate, di ninnoli infantili che sanno d'attenzioni cercate e ricercate. Il passato ci compone, ci scompone, ci dà uno schiaffo in pieno viso quando meno ce lo aspettiamo, riaffiora in superficie. Il silenzio toglie la speranza, ammutolisce quei colori, toglie il coraggio di sognare, ancora. Il silenzio parla e parla. Lo si sente, continuamente. Ha occhi il silenzio. Ha orecchie e bocca il silenzio. Ha un nome. Ha il profumo del cioccolato sciolto e le nuances del cielo di Gauguin. Si vorrebbe scrivere senza virgolettare, senza punti, senza pause. Camminare per ore sotto la pioggia, sentire freddo, non importa quanto o se tanto. Che le lacrime si confondano con quelle gocce. Prenderti sul seno, accarezzarti, avvolti in una coperta rossa. Vedere fiocchi bianchi cadere su una fragola. Non avere quell'immagine negli occhi. Aprirli e trovarti ancora là, tra le dita.
Quando non si chiude la porta dietro di sè, si sente il vento ululare.


On air: "Si loin de toi" - Manu Chao.

22 ottobre 2007

L' Astéroide B 612.




Alt! . "Non oltrepassare la linea gialla".

Allora, ti guardo mentre ti allontani. Lentamente. Non t'importa della pioggia che t'inzuppa il giubotto.. già.. quello stesso giubotto che tieni sempre aperto, anche quando fanno meno tre gradi e ti viene da ridere nel vedermi strofinare le mani l'una contro l'altra, imprecando, nella mia lingua, per il tuo freddo a cui io non sono abituata.

Ti guardo immobile. Quasi pietrificata. Si piange nel sonno, il cuscino umido di lacrime.

Sveglia alle cinque e trenta. Si vede l'alba nascere sui tetti di Roma. Disegno con l'indice sull'ombra che fa il respiro sul vetro della finestra. Poi scompare. La strada lucida e quelle goccioline sui parabrezza delle macchine.. é così inverno, oggi.

E' arrivato il freddo anche qui. Anche qui, dove il freddo pensavo non potesse raggiungermi. E' arrivato nonostante il maglione pesante che ho tirato fuori dall'armadio.
Ho riposto nelle scatole, le magliette leggere, quelle tutte colorate, quelle di garza, le gonne di seta. Ho messo via, con cura, le "scarpe di Amelie", quelle che ti piacevano tanto.

C'è stato un cambio, oggi.

C'è una stagione per ogni cosa.
C'è una stagione per ridere, per piangere, per lottare, per fare errori, per imparare da quegli errori, per fare il cambio dei vestiti nell'armadio, per tagliarsi i capelli, per innamorarsi, per lasciarsi andare, per lasciarti andare, per lasciarsi.

C'è un tempo per tutto.
Questa è la stagione per crescere.

"Ne perds pas espoir, n'arréte jamais de te battre".
Je n'oublierai jamais. Promis.
Per sempre, quella voce di bambini.
Per sempre, le nostre ore.

On air: "Vois sur ton chemin" - Les Choristes O.S.T. .

19 ottobre 2007

Nue.


Si trascorrono notti a pensare, con la tivvù accesa senza volume, perchè a farti compagnia ci sono i tuoi pensieri che seppur silenziosi, fanno rumore. Le mura della stanza prendono il colore delle scene che si susseguono nel film. Mi sono sempre piaciute le ombre colorate che dipingono le macchine quando passano sotto casa, quei colori così indefiniti ed indefinibili, quelle piccole luci rosse e bianche, che sembrano danzare sul soffitto.
Ieri, quasi per caso, mi sono imbattuta nel mio primo blog. Molte foto, tante frasi importanti, tante emozioni su schermo, un altro modo di scrivere. Le stesse fragilità, forse. Ma un grande Amore. Ho sorriso, un pò amaramente. Ho chiuso quella pagina virtuale come si fa con un diario del liceo che ti fa tornare alla memoria tante cose, alcune belle, altre meno. Il passato appartiene come ad un'altra vita. In questo presente resto ancora immobile. Mi sento nuda davanti a me stessa.
Sono rimasta fino alle due e mezza sveglia a pensare alle indecisioni, agli sbagli, alle domande piuttosto inutili che possono assalirti nel cuore della notte. Quando a quelle domande, una risposta non è arrivata, mi sono alzata e sono andata a riscaldare una tazza di latte di soia.
C'è una frase che continua a girare tra il mio stomaco e la mia testa: "Non esistono uomini della nostra vita. Esistono uomini nella nostra vita". Non è una citazione famosa, ma è, per me, ancora più importante. E' di una Ragazza speciale.


On air: "Yashal" - Elisa.

13 ottobre 2007

Rami.


Si rimane attaccati alle proprie paure come una busta rimane incastrata tra i rami di un albero.
Gli artigli della paura ti infilzano la carne e nonostante tu provi a dimenarti, non c'è niente da fare. Lei ti ha catturato. Silenziose lacrime ti bagnano le guance.
Vedi la pelle che sanguina e l'unica cosa che riesci a fare è cucirti addosso con un filo di insicurezze, ciò che rimane di te.
Le scelte vanno prese come fossero aerei. Non si può titubare a lungo davanti al check-in. C'è tanta gente, in fila, alla tue spalle.
C'è tanta gente che bisbiglia, che dà consigli, che dice cosa fare e cosa non fare. Tutti hanno il passaporto nella mano, la propria carta d'identità, chiara come il foglietto illustrativo di una medicina. Ci sono scritte le dosi di autostima, le quantità di se stessi da somministrare agli altri.

Tu, no. Tu non possiedi alcuna carta, alcun foglietto su cui è disegnato uno schema. Lo schema dei sentimenti. Quello che hai in mano è un labirinto che tu stessa hai costruito ed è così contorto che nemmeno tu sei in grado di trovare il punto di partenza e quello d'arrivo.
Sai soltanto che là fuori, al di là del labirinto due braccia sono aperte, nonostante il gelo, nonostante il sale sul viso, lo sguardo non ha perso la vitalità, il cuore batte e batte e costante, ama ed ama.

La vita è come un aereo. Bisogna fare il biglietto, mettersi in fila rapidamente al check-in, passare il controllo tirando un sospiro, ad occhi chiusi. Il posto numerato, eccolo là. Siediti ed aspetta di sentire quel rombo alle tue spalle che ha un solo significato: andare. Lontano. Via da qui, da quel labirinto che un'uscita ce l'ha... ce l'ha. E tu lo sai.


On air: "9 Crimes" - Damien Rice.

10 ottobre 2007

Et voilà.



La sveglia del mio cellulare non poteva che essere questa: la "valse d'Amelie". Quelle dolci note risuonano nel mio orecchio sinistro.
"Merde", penso. "Sono già le 6.00. Mi devo alzare".
Metto prima un piede giù dal letto, poi, coraggiosamente, appoggio anche l'altro. Raccolgo i capelli, da un lato. Mi stropiccio gli occhi che sanno ancora di sonno (tanto sonno). Spengo il telefono. Mi trascino fino al bagno. Mi guardo nello specchio. Scoppio in una risata un pò isterica. Oggi è il giorno dell'esame.
Preparo il tè e mentre lo preparo, mi rendo conto che sto inzuppando il tavolo con la bustina, perchè sono troppo impegnata con la mente a ripetere il "bilancio d'impresa" e la "bancarotta fraudolenta".
Sì, certo. Perchè alle 6.15 della mattina è normale ripetere tra sè e sè la bancarotta e la posizione del povero fallito.
Ma qui la fallita, che inzuppa tutto, penso di esser io!.
Comunque, arrivo in facoltà alle 9.00.
Facoltà che si trova dall'altra parte di Roma, rispetto a dove abito io.
Ogni volta faccio il "viaggio della speranza" per arrivare fino a lì ed il giorno dell'esame mi sento come il personaggio del "leone codardo" del "Meraviglioso mago di Oz" e faccio il giochetto del "mi siedo o non mi siedo davanti al prof?" pur sapendo di esser preparata.
Pronunciano il mio cognome ed io, in un timido, "presente", mi faccio avanti.
Passano ben n-o-v-e ore dall'appello e risento pronunciare il mio nome. "Il signor preside l'attende".
"Ohssignor...preside...speriamo sia di buon umore, oggi", penso - ad alta voce - ed il segretario del preside non riesce a nascondere la sua risata.

E' andata. L'esame è andato giù come una pillola rivestita, di quelle che non s'attaccano al palato quando cerchi di ingoiarle.
Il leone ha trovato il coraggio che tanto chiedeva al mago.
Un esame in meno nella lista e tanta voglia di mettermi quella toga indosso, il giorno della laurea.

Ho raccontato la mia giornata, non perchè io mi senta fiera di aver dato un esame difficile. Quanti ragazzi, tutti i giorni affrontano esami, di tutti i tipi. Gli esami all'università sono solo delle prove. Facili o difficili, ma sono prove. Gli esami, quelli veri, non s'affrontano con il codice civile in mano, seduti di fronte ad una persona dall'aria impassibile. Gli Esami, sono le sfide che la vita ci lancia all'improvviso. La prova contro il vento ed il freddo, contro la fame o il caldo, ce l'ha chi, tutti i giorni, un tetto sulla testa non ha. Quelle sono le prove vere e dure.
Ritornando al mio discorso, dicevo, che ho raccontato qui la mia giornata per ringraziare due persone, in particolare, che mi hanno dato il coraggio, ieri, di trovare il coraggio di affrontare quest'altro "incontro".

Grazie a mia madre, che era lì con me ieri in facoltà. Grazie perchè è riuscita ad infondermi forza e tranquillità, adrenalina pura in endovena. Ha saputo come scuotermi nel momento di abbattimento, quando ci hanno detto che il preside avrebbe tardato. Lei ha scorto la mia faccia, pallida, come quella degli inglesi in un giorno di pioggia, e ha capito che un "kinder-duplo" ed una carezza sui capelli, sarebbero stati capaci di farmi sorridere.
Allora, grazie per la pazienza, per le ore aspettate come solo Penelope avrebbe saputo fare; per esserti confusa, con il tuo corpo elegante e sottile, tra le varie studentesse. Tu che con i tuoi capelli biondi, sembri ancora una liceale e ti imbarazzi quando ti dicono che sembriamo sorelle. Ed è proprio vero.
Grazie perchè nonostante ti facessero male i piedi ed i taxi non arrivavano, hai preso due autobus e hai viaggiato per diciassette fermate di metro, solo per accompagnarmi. Grazie per aver fatto ridere gli altri studenti, terrorizzati, come me, mentre aspettavamo il preside ritardatario.

Grazie perchè.. perchè. Ce ne sarebbero così tanti di perchè e altrettante risposte, che ora rimango senza parole. T'abbraccio, qui. Ma, ora, mi alzerò e verrò a farlo di persona.

E last but not least: sei Tu. Tu che mi leggi quando meno me l'aspetto. Tu che mi parli coi tuoi silenzi ed i tuoi messaggi inattesi. Dolci e concisi. Come te. Grazie, davvero. Per essere come sei, per esserci, ancora, qui, con me.

Et voilà. Domani è un altro giorno e tra due settimane un altro "incontro".

Foto: "Verba volant, scripta pure" di Marvos.

On air: "Piove"- Jovanotti.




08 ottobre 2007

Le Secret.


Quando in punta di labbra
scopri i miei segreti

vieni a perdere la ragione
in quel bacio tant'atteso

quando la luce delle candele
- affievolita -
non illuminerà più i nostri visi
d'eterni bambini

quando la notte perderà le sue difese
vieni a giocare
con le stelle
e
senza rumore
guarda
quello che ancora siamo

amanti

.

On air: "Quelqu'un m'a dit" - Carla Bruni.

Foto: "Whisper" di Michele.

05 ottobre 2007

Gitane.


"Ho pensato a te, mentre l'ascoltavo. E' una sorpresa. Ti piacerà, vedrai".
Dalla sua stanza la canzone vola sino alla mia.
L'orologio segna le due. Il cielo è nero nero e non ci sono punti luminosi attaccati lassù. Regna un silenzio sacro e profondo, tra le mura di casa. Una candela patchouli dà luce a tutta la camera. Indossi le cuffie dell'emmeppi3. Ti rannicchi sulla sedia, nella tua felpa blu, chiudendo tra i palmi delle mani le orecchie, per riuscire a sentirle tue, quelle note. Uno scroscio di applausi e le grida di una piazza in festa, precedono quella voce. Quella musica popolare che ti è sempre piaciuta. Le sue parole, ti fanno fare una smorfia con gli zigomi. Quella voce inizia il suo canto. La sua voce.. inconfondibile.
Chiudi gli occhi e ti immagini in un altro dove. Inizia il viaggio. Corrono - come veloci gazzelle - immagini colorate, note scomposte e ricomposte, sapori gustati su pane caldo, alle sei del pomeriggio, sapori di una domenica qualunque. E continui a sorridere - con le labbra e con le ciglia degli occhi - non puoi non farlo.
Hai un'anima gitana, che si lascia accarezzare e subito dopo aver rubato qualche soldo d'amore, fugge via. Lontano, lontano. Si rintana in quel viale che sta a metà tra l'angolo dei ricordi e un'autostrada di emozioni. Ci vuole cautela, con questo cuore zingaro, che dimora ora non ha..

On air: Manu Chao. [Il titolo è una sorpresa, anche per me]

Foto di Rada Marin.

03 ottobre 2007

VerdeLuna.


Col sole negli occhi
arrivi nella città senza tempo.

Nelle tue note gitane,
notti di neve e tisane,
candide margherite raccontano
una bici rubata al freddo.

Nella fragranza dei tuoi ricordi,
il profumo dei miei.

Nelle lune d'argento
sui nostri visi,
un tempo nuovo

.

Per quell'abbraccio, sinora solo immaginato ed oggi, finalmente, consumato.
Per quel tuo rosso e quel tuo verde.
Per le "affinità elettive", che vanno oltre tutti i sensi razionalmente spiegabili.
Per queste mie parole, nate su una pagina del codice civile.
Per le tue parole, attraverso cui ti sei fatta strada, poco a poco, sul mio cammino.
Per le nostre storie, intrecciate come ceste di vimini.
Per Strasburgo, che mi ha fatto più di un regalo.
Pour toi, pour moi aussi.
Per tutto quello che verrà.
Per te, Verdemalva.


On air: "Canzone per Iuzzella" - Teresa de Sio.

01 ottobre 2007

Lentamente Pianoforte.


Una poltrona di seta beige, un cuscino di piume, in cui ti piace sprofondare. La testa appoggiata sul lato della spalliera. La sigaretta tra le dita. Il fumo che si scompone nell'aria. L'ascolti ad occhi chiusi. "Oh sweet daddy please, come home". Una lettera ancora lì, mezza aperta. La voglia di farci un aereoplano con quelle parole, per fargli prendere - finalmente - il volo. Per sempre. Via, da questo tempo. "Le persone infelici non le guarda nessuno". Nessun errore, nessun tentennamento. Tutto, fuori, è buio. S'intravede solo la luce delle candele, nel salotto del vicino buddhista, in preghiera. La sua voce si confonde con questo pianoforte. Piano-forte. Lentamente. Lenta-mente. E si gioca con le parole, come con i tasti di una fisarmonica che ami e che non sai suonare, come con le corde del cuore, che quando si spezzano e provi ad aggiustarle, lo sai, che non sono più capaci di cantare le melodie di una volta.
Ma si sorride, amour, perchè questo è jazz, perchè c'è tanto ancora da ascoltare, da giocare. Lentamente o pianoforte.

Pianoforte o Despacio y Firme.

Un sillón de seda beige, un cojín de pluma, en el que te gusta hundirte. La cabeza apoyada a lado de la cabecera. El cigarro entre los dedos. El humo que se descompone en el aire. Tú la escuchas con los ojos cerrados. "Oh sweet daddy please come home". Una carta que todavía esta allí, media abierta. La ganas de construir un avión con aquellas palabras, para que –por fin– tome el vuelo. Para siempre. Fuera de este tiempo. "Las personas infelices nadie las mira". Ninguna falta, ningún titubeo. Todo afuera es oscuro. Sólo se ve la luz de las velas en la sala del vecino budista que esta rezando. Su voz se confunde con este piano. Pianoforte, despacio y firme. Se juega con las palabras, como fueran los teclas de un acordeón que quieres y que no eres capaz de tocar, como con las cuerdas del corazón, que cuando se rompen e intentas arreglarlas, ya sabes, ya no pueden cantar las melodías de otros tiempos.
Pero hay que sonreír, amor, porque este es el jazz, porque hay mucho que escuchar, que jugar. Pianoforte o despacio y firme.

Muchas gracias a mi amigo Giro por haber corregido, desde Chile, mi traduccion.



On air: "Weary Blues" - Madeleine Peyroux.


30 settembre 2007

Spine.


Si possono usare le parole più morbide o le più dure, ma quando ti graffiano, rimane - sulla pelle - la crosta.
Sono quella che sono. Quella che hai conosciuto.
Mentre tu ti pungi, io sanguino con te.

Espinas.

Se pueden usar las palabras más suaves o las más duras, pero cuando te rasguñan, te queda – sobre la piel – la postilla.
Yo soy lo que soy. La que tu conociste.
Mientras tú te pinchas, yo sangro contigo.

On air: "I remember" - Damien Rice.


28 settembre 2007

Comme sur la Lune.


Solo quattro giorni e già mi sembrano un'eternità. "Qualcuno" mi ha chiesto che senso avesse privarsi di qualcosa che, in fondo, ti fa sentire bene. Credo che avesse ragione. Abbandonare il blog non ha un gran senso, perchè scappare dalle cose è come staccare dal muro una bella fotografia e chiuderla in cassetto, per non soffrire, per non vederne più i colori.
A Roma, oggi, piove forte.
L'autunno è arrivato, all'improvviso, senza avvisare, ieri pomeriggio.
Apro l'ombrello e lo tengo stretto tra le mani, coprendomi il viso con il collo della giacca, troppo poco pesante. Mi riparo da questa pioggia di emozioni che non sono pronta a gestire. Il sole è pazzo, almeno quanto me. Salta da una nuvola all'altra.
L'acqua cade, goccia a goccia, ed io, sorrido e mi intristisco, con la stessa rapidità che ha il sole di comparire e scomparire.
Mi sento sulla luna, in questa bagnata mattina di fine settembre. Là, da qualche parte, le montagne sono già bianche.
Cerco un riparo. Je cherche un abri.

On air: "Le Parapluie" - Yann Tiersen & Natacha Regnier.

24 settembre 2007

Pulizie Settembrine.


Ho capito molte cose durante quest'ultimo mese. Ad esempio ho capito che sono affezionata in modo quasi morboso a questo blog, questo angolo di vita privata ma condivisa con quasi tout le monde.
Ho capito che assorbe molte mie idee e molto del mio tempo. Ho capito che le vostre storie, fatte di gioie e di dolori, io le ho ascoltate, ho sorriso leggendo i vostri successi e mi sono intristita apprendendo di una vostra sofferenza.
Tutto molto bello. Ma..
C'è un "ma". Sto pensando di aprire anche un altro blog dove scrivere. Dove s-c-r-i-v-e-r-e. Con questo verbo mi riferisco non alla mia vita privata - che quella interessa poco a me figuriamoci agli altri! - bensì a quello che si rincorre nella mia mente. Vorrei almeno provare a scrivere in terza persona (Fred, quanto avevi ragione..!) e vedere che ne verrà fuori. Senza nessuna presunzione. Senza etichettarmi, perchè a quello già ci pensano gli altri.
Devo dedicarmi agli esami in questo momento, e a fare pulizia sentimentale. Termine apparentemente brutto, sì. Ma, inevitabile. Per far crescere dei bei fiori nel mio giardino bisogna prima far pulizia, bisogna estirpare le erbacce che succhiano l'acqua ai miei fiori.
C'è bisogno di luce, di tanta luce per far chiarezza in questo momento di vita dove di luce ce n'è davvero poca.
Mi mancherà l'accedere, più volte al giorno, su questo sfondo nero per vedere chi ha letto di me. Mi mancheranno i vostri spazi colorati. Ma se a qualcuno importa di me, vi dico che tornerò, più in forma di prima e soprattutto con pensieri nuovi e con qualcosa di reale sul palmo della mano. Sto semplicemente staccaccando la spina per un pò di tempo dal "meraviglioso mondo".. Desolée. Amelie si ritira a vivere privatamente. Cappello e maschera per riflettere, per capire cosa c'è sotto quella maschera. Perchè ancora non lo sa.
Vi lascio con una frase di Pennac che a me piace molto:
"La felicità, la felicità..non c'è mica solo la felicità nella vita, c'è la vita!"
A bientot!
K.
Anche se non sono un'amante della musica di Antonacci, beh.. questa merita.
On air: "Sognami" - Biagio Antonacci.

21 settembre 2007

Temps Gagné.


Attese
recise e raccolte
come fili d'erba
tra i capelli

m'incoronano unica regina
dei miei giorni

in questo tulle d'inquietudine
mi avvolgono questo tempo
color del grano e
questo vento
che profuma di viola.

Attentes
coupées et ramassées
comme des brins d'herbe
dans les cheveux

qui me couronnent reine unique
de mes jours

dans ce tissu d'inquiétudes,
ce temps
couleur de blé
et ce vent
qui sent la violette
m'envoleppent
.

Esperas
cortadas y recogidas
como hilos de hierba
entre mi cabello

me coronan única reina
de mis días

en este tul de inquietud
ee envuelven este tiempo
color de trigo y
este viento
perfumado de violeta
.

* Merci à mon ami Adrien pour cette photo, magnifique.

Foto: "Crossedhearts" © di Adrien Obernesser.
Grazie a Verdemalva per la correzione nella traduzione francese.

On air: "La Valse d'Amelie" (orchestra version) - Yann Tiersen.

20 settembre 2007

Je Te respecte, du fond du cœur.

On air: "La Chanson d'Arnaud & Cecile" - Superflu.

Foto di Pietro Scatigna.

18 settembre 2007

Sostenibile Leggerezza.


Non si riesce, pur tentando, a comprendere quanto l'animo umano sia pieno di contraddizioni.
Si capisce, al contrario, quanto nell'assenza si riesca a percepire la presenza.

Si pensa agli Amori.
A quelli mai confessati, a quelli strazianti perchè non corrisposti. A quelli che ti fanno sobbalzare il cuore in gola, a quelli capaci di farti entrare in una stanza buia pur soffrendo di claustrofobia. Quegli amori che ti insegnano e ti mostrano te stessa. Quegli amori che ti prendono per mano, anche da lontano. Si sbaglia chi crede che amare da lontano non abbia significato. Amare a distanza richiede forza, caparbietà, costanza, tenacia, convinzione, progettualità.
Si apprezzano le piccole e semplici cose che, nella quotidianeità, sfuggono come i taxi in un giorno di pioggia.
Quegli amori che ti inzuppano il cuore di emozioni, talmente tante che dovresti rimanere giorni al sole, per poterlo asciugare.
Quegli amori che ti fanno sentire viva, grande. Quelli che si lasciano scoprire poco a poco. Quegli amori che si vivono senza doverci cucire addosso aggettivi o epiteti, che si sa, quelli, fanno presto a sbottonarsi.
Gli impercettibili difetti che ti avevano fatto innamorare, col tempo, potrebbero diventare delle crepe così profonde da non riuscire più a tenere in piedi il muro.
Tutto è scoprirsi. Ci si annusa come cani. Ci si tocca come fanno i bambini quando vedono per la prima volta qualcosa di diverso da se stessi. Ci si scruta, in ogni dove, in ogni angolo nascosto tra una ciocca di capelli e la piega di un vestito, per capire da dove si arriva e dove si è diretti.
Amori che partono, che aspettano ai binari, amori che mettono ali, per decollare. Amori che arrivano in stazione, che si baciano le mani ed il viso. Amori che si stringono tanto da togliersi il fiato, che si schiaffeggiano in piazza, per gelosia. Si inscenano commedie e tragedie. Si macchinano tattiche inutili e ridicole. Messaggi nel cuore della notte, senza senso. Lettere ricche come fiumi in piena. Significati che sfuggono, fanno un giro e poi, come gatti addomesticati, sanno trovare la via per tornare a casa.
L'Amore credo sia uno solo. L'amore quale Sentimento. Il sentimento quando incontra un viso ne prende le sembianze. Si compra un nome, un bel nome, magari. Veste gli abiti di quel viso. E tu, lo chiami per nome, ne scopri l'età, gli dài l'indirizzo del tuo cuore. E solo quando quel viso, restando in silenzio, ti trasmetterà la sua vita, semplicemente tenendoti per mano, solamente in quel momento, tu lo chiamerai Amore. E non importa, davvero, non importa, se le tue labbra, schiudendosi, avranno proferito quella parola altre volte. Perchè ogni volta sarà nuova. Perchè nuovo sarà quel viso, quelle mani da cui leggi il suo passato e cerchi di scoprire il tuo futuro.
Qualcuno ti farà sentire una sostenibile leggerezza dell'anima, leggerezza che si muove seguendo il vento della mattina.
Quando anche nell'assenza non ti sentirai completamente sola, quando un semplice ricordo ti farà sorridere, allora, ne sarà valsa la pena di aver dato a quel Sentimento quel nome così puro che è Amore.


On air: da "Les Retrouvailles", "Le Matin" - Yann Tiersen.

15 settembre 2007

A te, ragazza.

La voce di Charles Aznavour volteggia sui tasti bicolore del pianoforte.
Ti siedi per terra. Abbracci le ginocchia portandole al petto. Ci appoggi su il mento. Giri lo sguardo e vedi ai piedi del letto un libro con una bella copertina di pelle bordeaux. Lo fissi per qualche secondo. Chiudi gli occhi per sfogliarne con la mente tutte le parole.
Lo prendi tra le mani. Con cura.
Inizi dal fondo. Una, due, tre pagine. Tutte bianche.
La fine, di ogni cosa, lo sai..fa paura. Decidi, allora, di cominciare a leggerlo, stavolta, dall'inizio.
Dedica: "a ciò che è stato, a ciò che rimane".
Inizia una sfilata di souvenirs, di reliquie sentimentali, di caffé in tazze grandi, di musiche inattese, di sorprese mai fatte, di sapori sconosciuti. Un vetro spaccato a metà. Una tenda rossa da cui s'intravede la luce della luna. Le lacrime così dolcemente salate. Ti mordi le labbra tirando un sospiro.
Incorreggibile romantica, nostalgica, rimani coi piedi fermi sui tuoi principi e ti aggrappi, con tutta la forza che hai, ai tuoi valori.
Un'estate fa. Un autunno che muove i primi passi. Un golf bianco di cotone sulle spalle. Un inverno imprevedibile, non atteso.
Quello che c'è: pagine bianche, da scrivere. Non hai avuto abbastanza coraggio per farlo. Lasci che il libro ti cada dalle mani. Si apre su una pagina. Il tuo viso, felice.
"Pensa a te, perchè tu sei la persona più importante della tua vita".
Questa frase ti entra nella testa e non riesce più ad uscirne.

Lo so che vorresti prendere quella valigia marrone, nasconderci il tuo nano da giardino, per fargli fare un nuovo viaggio. So dove andresti, ora. In quel giardino botanico, in Spagna, dove una panchina vuota aspetta solo di essere riempita, dove le foglie per terra non danno un senso di morte ma di indipendenza.
Tu che hai sempre cercato di rimanere fuori dal coro. Tu che, con la tua voce buffa, ti sei sempre fatta riconoscere.
Tu che hai bisogno di essere amata per quello che sei, che non hai paura di mostrarti, di amare ciò che, a volte, agli altri non piace.
Tu che, ieri, hai avuto voglia di fotografare un abbraccio, che hai desiderato di poter mettere a fuoco le tue pupille per catturare quell'immagine nitida d'amore.
Tu che ami le persone per come sono e non per quello che hanno, che non hai paura di prendere in faccia il vento della vita.
Tu che non temi il vuoto sporgendoti sul presente come fosse un muretto che sovrasta metri di caduta libera.

Tu che ti fai del male, ricordando. Tu che vuoi rimanere sola per cercare la via d'uscita da questo limbo di emozioni. Perchè lo sai che nel limbo non c'è spazio per te. Ti perderesti tra odori che non riconosci ed in quel vapore che ti toglie il fiato.
Tu che, mentre il tempo scorre via, ti frantumi lasciando frammenti di te, sul tuo cammino.
E lo sai che quei frammenti nessuno te li ridarà più.

Allora, quello che posso dirti, anima mia, è una semplice cosa.
Conserva ciò che ti è sempre stato caro.
Conserva il Rispetto che hai di te stessa.
Quello nessuno ha il diritto o il potere di portartelo via. E' un bene troppo prezioso.

Sei capace di scrivere ancora. Non aver paura di farlo. Cerca di essere meno rigida, con te stessa e con gli altri.
Prendi in un pugno i cattivi pensieri e gettali alle tue spalle. Trattieni, invece, nell'altro pugno, tutto l'Amore che ti è stato donato.
Perchè sei stata fortunata, ragazza.



On air: "La Boheme" - Charles Aznavour.

07 settembre 2007

Buio di Sensi.



Nel buio dei sensi
tra la tua bocca e la paura
è breve la distanza
eppure io sento che mi sto perdendo
le parole mai dette
si dissolvono nella mente
cammino a testa bassa
senza mappe già disegnate
si sogna il contatto perfetto
le tue labbra che fanno l'amore con il mio ombelico
ma i tuoi occhi mentre ti allontani
non riflettono più l'immagine di me
preghi di esser capace di amare
preghi di esser capace di non amare più
perchè quando ti strappi il cuore
cercando di lavarlo
ti rimane solo il ricordo del suo battito
e non c'è maggior dolore del non capire
del restare a metà
tra la tua verità e la sua nera paura.

Foto: "Italian Mask"© di Claudio Martella.

On air: "Sei nell'Anima" - Gianna Nannini.


04 settembre 2007

Radici.






La mia carrozza è la 11. La prima del convoglio.
Salgo. Lo faccio, come al solito, trafelata. Sistemo i bagagli, sempre troppo pesanti.
Mi siedo e appoggio, come fanno i bambini, la fronte e le mani al finestrino. Guardo l'orologio della stazione. La sua rotondità segna le 19.00.
Si parte. Non riesco a staccare gli occhi dal paesaggio, così verde. Il vetro del finestrino è sporco, biancopaco, ma nonostante questo riesco a percepire il movimento degli alberi mossi dal vento, là fuori.
Dietro i campi, il sole si sta ritirando come un attore dopo gli applausi. Lo fa piano piano, sembra quasi volere che qualcuno lo preghi di restare, per fare un bis.
Torno verso casa. La mia casa. A Roma io sono cresciuta, ma non ci sono nata.
Le mie radici sono altrove.
Sono nella terra dei sorrisi e delle approssimazioni, nella terra del caffè e dell'odore del mare, della carta sporca ai bordi delle vie, del profumo delle sfogliatelle alla crema esposte nelle vetrinette dei vicoli, della pizza della regina, del presepe, dei clacson furiosi, nella terra del calore umano, delle grida dei bambini, del sole amaro, del calore del Vesuvio.
Oggi, prima di partire, in un abbraccio ho perso il mio presente mentre occhi mi hanno raccontato il mio passato.
Mi hanno raccontato una storia che affonda le sue dita nella terra del sud, che profuma di pane cotto nel forno a legna.
Mi sono seduta sotto un albero questo pomeriggio.
Mi hanno trattenuta radici forti e vere. Un albero che in cima ha foglie tutte bianche. Mi hanno avvolta, con tenerezza infinita, mani di madre e di nonna.
Nei suoi occhi la sua storia, la nostra storia, il dolore e l'amore.
Racconti di legna consumata, di camini accesi, di carte francesi, di cesti di mandarini e di noci, racconti d'argento e di guerra, di un cappello bianco e nero caduto nel fango in mezzo alla via, al tempo, non ancora asfaltata, della preziosità di Capri d'inverno.
Un pianoforte a coda mostra vecchie foto ingiallite ma i capelli no, quelli erano rossi come un tramonto estivo.
Mi sono lasciata andare. Ho lasciato che occhi umidi, che sanno di vita e di figli nati e cresciuti, di mariti amati e poi persi, si raccontassero.
Nei ricordi, i rimpianti. Sul tavolo i girasoli sempre gialli.
Intorno a quel tavolo sei donne, alcune di loro con due fedi all'anulare. Sei donne forti come le radici di un albero che ha resistito alle tempeste più violente, un albero che ha visto le stagioni più belle, che ha assistito alla caduta delle sue foglie in autunno, che è gelato assieme agli inverni più freddi, che ha dato vita ai fiori più colorati, in marzo.
L'Amore e la Morte nei loro sospiri, nelle loro parole comunicate con uno sguardo, le mancanze, gli abbandoni inaspettati, le partenze dolorose, il ricordo del boato delle bombe della guerra che è capace, tuttora, di turbare i loro sonni. Raccontano dei saluti ai propri cari, al porto, quando partirono, quarant'anni fa, per andar a cercare fortuna nel lontano Venezuela, dei loro accenti che, al contrario, non partirono mai, delle lettere che si attendevano giorni e giorni, della contentezza nell'avere, finalmente, quelle lettere tra le dita, del sapore del vero caffè napoletano, delle pesche del vecchio giardino che, se ci fosse ancora, saprebbe regalarci i profumi di un tempo.
Lacrime che corrono giù sul viso, veloci fino al naso. Si fermano in bilico sull'angolo della bocca, tra una ruga ed un sorriso che scoppia improvviso, quando qualcuna di loro dice qualcosa in dialetto ed allora passa la tristezza.

Questa mattina alle 6 un temporale mi ha svegliata. Ho portato i miei piedi pigri e gli occhi che profumavano ancora di sonno fino al balcone. L'acqua del cielo stava lavando il cortile. Stavo aspettando che l'aria cambiasse, che diventasse più fresca. Ho aperto la finestra. Ho abbracciato me stessa per ripararmi da quel vento che in pochi secondi mi aveva fatto venire la pelle d'oca. Ho chiuso gli occhi, poi li ho riaperti per guardare il cielo. E per la prima volta mi sono sentita a casa. Semplicemente, a casa. In quella casa dove oggi pomeriggio delle grandi donne si sono raccontate, in quella stessa casa dove mio nonno mi dava la cioccolata prima di cena senza farsi vedere da mia madre, dove da piccola a Natale s'imbandivano due tavole, il "tavolo dei grandi e dei piccoli", dove non si riusciva mai ad aspettare la mezzanotte per scartare i regali e dove il 31 dicembre si sparavano i botti dal terrazzo facendo attenzione a non mandare a fuoco il giardino del vicino.
Oggi, mi sono sentita parte della famiglia. Una famiglia che, anche se divisa, anche se strappata e ricucita, è pur sempre una famiglia. La mia famiglia.
Oggi mi sono sentita fiera di venire dal sud di questo Paese. Fiera di ciò che sono le mie radici.

Serena e sicura, sotto quell'albero.


Foto di Pascal Renoux.





Escuchando: "Resta Resta Cu'mme" di Pino Daniele.